13 Vendemmiaio anno IV

13 Vendemmiaio anno IV

Nel passo che riportiamo dalle memorie del conte Lavalette ci vengono raccontati i fatti riguardanti il tentativo realista di abbattere la Convenzione termidoriana del 13 Vendemmiaio anno IV, 5 ottobre 1795. Le forze insurrezionali ammontavano a circa 25000 uomini delle sezioni parigine sotto il comando del generale Danican mentre la Convenzione aveva affidato il comando a Barras che si era assicurato i servigi di alcuni ufficiali “giacobini” tra i quali Brune, Carteaux e lo stesso Bonaparte. Questi potevano contare su 5000 soldati e sui “patrioti dell’89”, circa 1500 uomini divisi in tre battaglioni raccolti tra i volontari dei sobborghi e dei quartieri operai e gli ex terroristi giacobini scarcerati per l’occasione. Gli scontri di questa giornata furono accaniti e si contarono circa 300 tra morti e feriti, determinante fu l’uso dell’artiglieria che il generale Bonaparte aveva fatto prelevare da Murat al campo dei Sablons.


13 Vendemmiaio anno IVScontri in Piazza San Rocco, 13 Vendemmiaio anno IV


Barras era un uomo risoluto, avea fortemente il 9 termidoro contribuito alla caduta di Robespierre; commissario della convenzione all’armata del Mezzogiorno nel 1793, egli vi avea rimarcato un giovine ufficiale d’artiglieria, i consigli ed il coraggio del quale aveano molto influito per la ripresa di Tolone. Questo giovine destituito dopo il 9 termidoro da uno de’ suoi antichi compagni, chiamato Aubry, che siedeva alla convenzione, era da alcuni mesi giunto a Parigi sollecitando senza successo la sua ripristinazione nel grado di generale di brigata; il dispetto ed il di spiacere gli aveano fatto cercare il permesso di andare alla testa di una compagnia di cannonieri fra i Turchi onde insegnare loro le manovre dell’artiglieria; disponevasi a partire quando Barras lo chiamò, presentollo al comitato che lo consultò sulla crisi dalla quale disponeva a qualunque costo liberarsi. I membri di questo comitato non erano d’accordo che sul punto solo, che tutto, cioè, era perduto se le sessioni la vincevano. La guerra civile andava a diffondere le sue calamità su tutta la Francia; i più abili non potevano calcolarne gli effetti; ma loro sembrava terribile il principiare col far fuoco sul popolo. Gli uni volevano fare delle concessioni che avrebbero reso il male senza rimedio, altri volevano attendere stoicamente la morte al loro posto, come veri Romani. L’uffiziale d’artiglieria si rise dei loro scrupoli e della loro ridicola risoluzione; loro provò che i Parigini non erano che dei pazzi diretti da intriganti; che stavano a vantaggio del governo la forza ed il suo diritto; che non vi avea cosa più facile di quella di disperdere senza grande effusione di sangue alcuni battaglioni senza esperienza, senza abili capitani e senza cannoni. La sua fermezza, la sua eloquenza, il sentimento di una grande superiorità che facevasi sentire anche nella sua modestia ispirarono confidenza e resero tutti persuasi. Quel giovine chiamavasi Bonaparte. Gli venne conferito il comando dell’artiglieria, e fu lasciato padrone di tutto disporre per la difesa. Chiamò al momento tutti gli ufficiali e si assicurò della loro obbedienza; fece in seguito collocare due pezzi di cannone all’entrata della strada S. Nicasio, un altro di facciata alla chiesa di S. Rocco, in fondo alla piccola strada del Delfino, altri due nella contrada S. Onorato, due altri alla fine di facciata al ponte Reale sulla strada Voltaire; alcune riserve di infanteria furono collocate dietro i cannoni per proteggerli, e altre vennero poste sulla piazza del Carrousel; la cavalleria fu schierata sulla piazza di Luigi XV. Bonaparte fece in seguito conoscere ai battaglioni insorti che essi eran ben padroni di rimanere nella loro posizione, che se facevano un sol motto ostile o scaricassero un solo colpo di fucile verrebbero respinti a colpi di cannone. Questa fermezza invece di imporre ai nemici fece lor credere che si avea paura e che non si oserebbe far fuoco contro di loro. Dopo alcuni momenti di titubanza i battaglioni si mossero i primi spinti dagli ultimi, ed alcuni colpi di fucile incominciarono l’attacco. All’istante la mitraglia di tre pezzi di cannone portando lo spavento e la morte, determinò la fuga, ma sì precipitosa, sì completa che una palla di cannone scaricata quasi nello stesso momento lungo la via S. Onorato non offese persona. Era stato collocato il generale Carteaux sul Ponte Nuovo con un battaglione d’infanteria di linea all’effetto di tagliare la comunicazione fra le due rive della Senna. Fui incaricato di portargli l’ordine di star fermo; ma egli erasi di già ritirato vicino al giardino dell’Infante, e le colonne delle sessioni sboccavano di già sulla strada della Moneta onde impadronirsi del Ponte Reale, e da questo punto attaccare le Tuileries. Il generale che comandava in cima al ponte loro intimò di non avanzare; essi non prestarono orecchio, e ricevettero la scarica di due pezzi di cannone, dietro la quale si dispersero. Tutto questo era stato sufficiente per disgustare i cittadini; ma i più riscaldati, i quali aveano perduto il timore e lo spavento quando furono fuor di pericolo, volevano ancora rincominciare l’attacco; eransi impadroniti del Palazzo Reale, e da veri pazzi pretendevano difendersi in questo locale. La notte per buona sorte fu ministra di migliori consigli: i capi si ritirarono in luogo sicuro, e ciascuno ritornò alle proprie case. La pace fu segnata all’indomani, e l’ordine venne ristabilito. Io credo che la truppa di linea non abbia perduto più di quattro o cinque uomini; dalla parte delle sessioni la perdita fu considerevole; i dettagli più circostanziati portano il numero dei morti a quaranta ed a più di dugento quello dei feriti. Questo calcolo non sembrerà esagerato se si voglia considerare che la piazza S. Rocco era piena di popolo, che il pezzo di cannone che ha fatto fuoco in questa direzione non era lontano più di sessanta passi, e che i battaglioni della contra da S. Onorato riempivano lo spazio per molta estensione. Tutta quest’armata avea a supremo capo un generale Danican, uomo quasi sconosciuto, anche nella stessa armata nella quale ha servito per qualche tempo, e che non ha potuto levarsi dalla sua oscurità anche dopo la ristaurazione.

Il governo comprese che ricerche troppo Severe su quest’affare non servirebbero che ad inasprire gli animi, e che esso doveva godere con modestia d’una vittoria ottenuta col sangue di Francesi. Venne non per tanto istituita una commissione militare per incutere timore ai capi, ma essa dichiarò liberi tutti quelli che gli furono presentati, facendo eccezione d’un infelice emigrato detto Lafont, che erasi introdotto in Parigi per brigare in favore de’ suoi padroni; e che erasi segnalato per molta esaltazione: fu condannato a morte; avrebbe tuttavia avuta salva la vita se la sua devozione per i Borboni non gli avesse fatto rifiutare i mezzi dei quali poteva far uso per evitare la sua condanna. I realisti pretendono da alcuni anni essere stata questa insurrezione dei Parigini uno sforzo generoso in favore dei Borboni: posso dire con certezza ciò non essere vero. Io era situato in una posizione vantaggiosa per osservare i raggiri dei partiti ed il giuoco delle passioni che hanno portato questa catastrofe del 13 Vendemmiaio. Era in relazione con molte persone degne di stima, le quali aveano preso partito per le sessioni; non ho ritrovato né tra il popolo né tra i capi alcun desiderio pel ritorno dei Borboni, meno poi progetto alcuno di richiamarli. La morte del re era biasimata da tutti gli uomini di senno, ma si amava la libertà; l’odio per la convenzione era portato al massimo grado, ma a causa di tutti gli orrori de quali essa avea coperta la Francia. Io dimandai ai più esaltati qual governo avrebbero voluto che rimpiazzasse quello che stava per spirare; essi mi rispondevano: «Noi non vogliamo più il governo attuale, noi vogliamo la repubblica e persone oneste messe alla direzione del governo». Non dicevano di più. È bensì vero che nelle sessioni vennero fatte alcune mozioni in favore della famiglia reale, ma così deboli, così fuor di proposito, che non si badò loro. Nessuno osò pronunciare il nome di questa famiglia; io credo che se le sessioni avessero avuto la vittoria, i tentativi sarebbero stati più diretti e più arditi; forse la famiglia reale sarebbe riuscita a rientrare in Francia; ma la guerra civile sarebbe scoppiata in ogni luogo, e se diciotto anni più tardi questa famiglia appoggiata da tutte le potenze d’Europa non ha potuto mantenersi sul trono, quale sarebbe stata la sua sorte in un’epoca nella quale la Francia, non ancora assuefatta al giogo, era in preda a tutte le abitudini ed a tutte le idee repubblicane, ed era animata da un’energia che non poteva soffrire freno alcuno?

Due giorni dopo il 13 Vendemmiaio Barras presentò alla convenzione tutti gli ufficiali generali di stato maggiore i quali avean contribuito a salvarla. Eravi pure il general Bonaparte, ma confuso nella folla; nel momento in cui Barras pronunciò il suo nome accompagnandolo d’elogi, quelli che circondavano il generale vollero farlo avanzare al primo posto; ma egli si rifiutò con un certo umore ed una confusione che mi destarono molto piacere. Eravi in quest’atto meno di superbia di quel fosse un sentimento delicato di convenienza; egli vergognavasi di essere lodato di tale vittoria. È vero d’altronde che egli non avea grande stima per quelli a pro dei quali avea combattuto e che prodigavangli molti applausi.

Memorie e rimembranze del conte Lavalette,
Milano, Tipografia Pirotta 1840

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