18 brumaio anno VIII. Napoleone Primo Console

18 brumaio anno VIII. Napoleone Primo Console

Nel passo che riportiamo Antoine Chamans, conte di Lavalette, ci descrive gli importanti avvenimenti del 18 brumaio anno VIII, ovvero il 9 novembre 1799.
Tornato in Francia dalla spedizione in Egitto e in Oriente il generale Napoleone Bonaparte trova una situazione difficile, con la Rivoluzione stretta tra l’avanzata della Seconda Coalizione e i dissidi politici interni.
Dopo un primo momento in cui cerca di mantenersi equidistante dalle parti politiche in lotta, Napoleone, con la mediazione di suo fratello Luciano, sceglie di prendere parte al complotto ordito dal direttore Emmanuel Joseph Sieyès. Grazie alle manovre politiche e all’appoggio dell’esercito garantito dal generale Bonaparte il colpo di stato ha successo ponendo così fine al governo direttoriale e instaurando il Consolato. Napoleone con il titolo di Primo Console viene posto a capo del governo coadiuvato inizialmente da un Secondo e un Terzo Console: lo stesso Sieyès e Roger Ducos, entrambi già membri del decaduto Direttorio.
Sarà così la fine della Rivoluzione, aprendo la strada alla dittatura militare e alla futura trasformazione della Repubblica in Impero.


Insediamento del consiglio di stato 25 dicembre 1799 dopo il 18 brumaioInsediamento del consiglio di stato, 25 dicembre 1799.


Nel giorno 17 brumaio, eravi sì poca apparenza che il complotto dovesse scoppiare all’indomani, che io ed Eugenio andammo a passare la sera al ballo dove egli restò tutta la notte, ed io partii a mezzanotte giacché a quest’ora cominciava il mio servizio. All’indomani alle sei del mattino i sessanta ufficiali di quartiere erano riuniti nel cortile della casa di Bonaparte, strada della Vittoria. Il generale espose loro con molto calore lo stato disperato della repubblica, e loro cercò una testimonianza di fedeltà alla sua persona, ed il giuramento di restare fedeli alle due camere. Salì quindi a cavallo e corse al Carrousel dove ritrovò Sebastiani alla testa del suo reggimento che era il quinto dei dragoni. Entrando alle Tuileries vi ritrovò parimenti la guardia del direttorio che il colonnello vi avea condotto a disposizione del consiglio degli anziani. Il ministro della guerra avea due giorni avanti dato l’ordine di non fare movimento alcuno senza suo comando, sotto pena di morte. Ma oltre che questo ministro (Dubois de Crancé) non ispirava né stima né confidenza, le truppe erano poi incantate di ritrovarsi sotto il comando di Bonaparte. Il loro entusiasmo era tale che essi non avrebbero bilanciato un istante a far fuoco sul direttorio se loro fosse stato dato l’ordine.  Il 18 brumaio, Bonaparte si presentò alla sbarra del consiglio degli anziani presieduto da Lemercier. Egli vi ricevette il decreto che lo nominava a generale in capo di esse truppe della prima divisione militare, e l’ordine di recarsi all’indomani a Saint Cloud, dove i due consigli doveano tenere le loro sedute. […]

Il consiglio degli anziani, poco numeroso, erasi stabilito facilmente nei grandi appartamenti; ma quello dei cinquecento, che dovea tenere la sua seduta nella serra degli agrumi, non poteva ancora riunirsi, giacché i preparativi non erano terminati. La seduta non venne quindi aperta che verso le tre ore. Era presieduta da Luciano Bonaparte. Gli spiriti erano in fermento: gli amici del direttorio sembravano in maggior numero del giorno innanzi; tutti mostravansi sdegnati di una misura che avendo i caratteri di un colpo di stato, presentava ancora una violenza liberticida, usando della loro espressione, ad una odiosa violazione della costituzione. Appena aperta la seduta uno dei membri fece la mozione di prestare il giuramento individuale ed alla tribuna, di fedeltà alla costituzione dell’anno III. Il generale aveami dato l’ordine di rendergli conto ogni cinque minuti di quello che succedeva. Questa cerimonia del giuramento non avea altro scopo che di guadagnar tempo e di prolungare la seduta sino alla caduta del giorno. Nello spazio di cinque minuti non si ebbero che tre giuramenti prestati. Era dunque evidente che prima che tutti lo avessero prestato sarebbero scorse cinque ore. Io andai ad informare Bonaparte; lo trovai che passeggiava molto agitato in una stanza dove non v’erano altri mobili che due sedie. Sieyes era solo con lui seduto presso il camino, che eccitava il fuoco con un bastone, giacché non eravi neppur la molle. Dopo avermi ascoltato, Bonaparte si rivolse a Sieyes, e gli disse. «Ebbene! vedete che cosa fanno». «Oh! oh!», rispose lentamente l’altro, «giurare una parte della costituzione, via via; ma tutta, è troppo, è troppo». Mi ritirai nella stanza vicina dove ritrovai circa trenta ufficiali di stato maggiore e Berthier in mezzo ad essi. Tutte le facce erano melanconiche e pensierose, e quando io raccontai sottovoce a Berthier quello che succedeva al consiglio dei cinquecento, lo vidi impallidire e sospirare. Ma in un momento le imposte si aprono, e Bonaparte si affaccia, dicendo ad alta voce: «Bisogna finirla». Tutti tennero dietro a suoi passi, e noi fummo bentosto all’entrata del cortile dove si disponeva in battaglia un reggimento appena giunto da Parigi. Bonaparte fece unire gli ufficiali, li arringò per alcuni minuti, dipoi ritornò rapidamente verso la grande scala che salì e si presentò alla sbarra del consiglio degli anziani. Il discorso che vi pronunziò è esattamente riportato nei giornali di quell’epoca; ma la sua agitazione era portata ad un punto tale che alcune volte esitava, e le sue parole non potevano sortirgli di bocca che a gran fatica. Quando parlò d’un grande complotto ordito contro la libertà, un membro del consiglio gli disse freddamente: «Generale, è d’uopo scoprirci questo complotto». Lungi dal rispondergli, il generale continuò ancora un poco ad imbrogliarsi; ma alla fine ritrovo la sua presenza di spirito e continuò con una voce più ferma sino al termine del suo discorso. Una parte del consiglio avea diviso la sua emozione, l’altra godeva del suo disordine; siccome si stava per deliberare, egli uscì. Invece di rientrare negli appartamenti si diresse verso il consiglio dei cinquecento. Nel vestibolo eranvi i granatieri che presero le armi. Lo strepito che essi fecero sparse lo spavento nell’assemblea, e quando Bonaparte vi si presentò molti membri si precipitarono verso di lui con grida di furore fra quali distinguevasi la parola dittatore. Egli era talmente serrato tra i deputati, il suo stato maggiore ed i granatieri che erano entrati nella sala, che io credetti un momento che venisse schiacciato. Non eravi mezzo di andare avanti o di retrocedere. Alla fine quelli che lo accompagnarono giunsero dopo molti sforzi ad aprirgli un passaggio. Scese nel cortile, montò a cavallo, diede l’ordine di salvare il presidente, che poté sfuggire e venne a porsi al suo fianco. Ma il disordine era al colmo nella sala, e bentosto molti membri precipitandosi alle finestre che mettevano nel cortile si misero a gridare designando col dito Bonaparte: «A basso il dittatore, fuori della legge». In questo momento, Talleyrand, Arnault il poeta, e molte altre persone con le quali parlava, divennero pallide come la morte. Tutti sfuggirono, ad eccezione di quelli che ho nominato. Questo terribile grido: Fuori della legge, avea ancora tutta la sua energia, e se un generale di qualche fama si fosse messo alla testa dei soldati dell’interno, si può calcolare che cosa sarebbe avvenuto; ma Bonaparte prese il suo partito, dando a Murat l’ordine di far evacuare la sala. Questi mise il colonnello Dujardin alla testa di un picchetto di granatieri che traversando la sala al passo di carica, quando fu in fondo di quella si rivolse verso i membri che coprivano i banchi; allora questi uscendo per ogni dove disparvero bentosto sbarazzandosi del loro costume che consisteva in una vesta alla romana, ed in un berretto quadrato.
Allorché Bonaparte era entrato nella sala del consiglio dei cinquecento, uno dei granatieri che lo seguiva ricevette un colpo di pugnale nel suo abito, e questo sembrava indicare che l’attentato era diretto contro il generale: questo granatiere fu ricompensato, ed è morto, cred’io, capitano. Il deputato che venne designato come assassino era Corso, e si chiamava Arena
[ndr: giustiziato in seguito con Ceracchi e Topineau-Lebrun, organizzatori di un complotto per assassinare Bonaparte.]. […]

Immediatamente dopo l’espulsione dei deputati, i membri dei due consigli che erano designati per procedere alle misure da prendersi, si riunirono, ed il 20 Brumaio, Parigi e poco dopo la Francia, intera seppero che il genera le Bonaparte era nominato primo Console, e che gli erano aggiunti Cambacèrés e Lebrun  con i titoli di secondo e terzo Console [ndr: in realtà Cambacèrés e Lebrun assunsero la carica solo dopo il 1 gennaio 1800; provvisoriamente furono scelti Sieyés e Ducos che mantennero la carica consolare fino all’entrata in vigore della nuova costituzione.]. Il primo era un antico magistrato del parlamento di Aix, rinomato per una profonda istruzione ed uno spirito conciliatore. Era stato membro della convenzione; il suo voto ristretto nel processo del re dava la misura della debolezza del suo carattere. Il terzo console, Lebrun, era conosciuto per le belle ordinanze del cancelliere Maupeou del quale era segretario. Era uomo d’istruzione profonda ed autore di due pregiate versioni, dell’Iliade l’una, e l’altra della Gerusalemme liberata. Godeva della riputazione di possedere cognizioni profonde nel ramo delle finanze. La scelta che il Primo Console fece di lui fu universalmente applaudita.

Memorie e rimembranze del conte Lavalette,
Milano, Tipografia Pirotta 1840

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