A Mosca nessuna pace

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A Mosca nessuna pace

Nel giugno 1812 inizia la campagna di Russia, Napoleone ha radunato un immenso esercito per sconfiggere il suo vecchio alleato, lo zar Alessandro, e piegare i suoi vasti domini al proprio volere. La Grande Armèe ha avanzato per centinaia di chilometri in territorio russo alla ricerca di uno scontro decisivo che si vedeva negata dal continuo ritirarsi di Kutuzov. Ormai si è giunti alle porte della capitale sacra dell’Impero zarista, Mosca non può essere persa senza combattere e si avviano i preparativi per la grande battaglia che Napoleone cercava da mesi. L’Imperatore in un proclama ai soldati alla vigilia della scontro che passerà alla storia come “battaglia di Borodino”, diceva: “Soldati! Ecco la battaglia che avete tanto desiderato, ormai la vittoria dipende da voi; la vittoria ci è necessaria, ci darà l’abbondanza, buoni quartieri e un pronto ritorno in patria. Conducetevi come ad Austerlitz, a Friedland, a Witepsk, a Smolensko, e che la più tarda posterità citi con maraviglia la vostra condotta in questo giorno; che dicasi di voi: «Egli era alla gran battaglia nelle pianure di Mosca»”. La battaglia fu vinta ma i soldati non videro né l’abbondanza né la pace promesse. Con la presa della capitale russa l’Imperatore dei francesi era convinto di poter costringere lo zar alla pace, ma s’ingannava.
Il generale Rapp si era battuto valorosamente ed era stato ferito diverse volte in questa terribile battaglia, aveva bisogno di riposo per ristabilirsi, ma non fu facile trovarlo. I russi avevano abbandonato la loro capitale, lasciando agenti con il compito di incendiare e radere al suolo tutto in modo da non lasciare niente ai conquistatori. Nel passo che riportiamo Rapp ci racconta le sue peripezie per scampare alle fiamme dell’incendio che ardeva ovunque e trovare un po’ di meritato riposo. La presa di Mosca non si rivelò essere la conclusione vittoriosa della campagna, bensì l’inizio di una disastrosa ritirata e di una terribile sconfitta.


L'incendio di Mosca, A Mosca nessuna paceL’incendio di Mosca


L’esercito russo ritiravasi sulla sua capitale: dopo aver fatta qualche resistenza a Mojaisk, raggiunse Mosca, la quale città noi prendemmo senza colpo ferire: Murat vi entrò in coda ai Cosacchi, si trattenne a parlare co’ loro capi, e ad uno di loro regalò perfino il suo orologio: essi poi gli mostravano l’ammirazione che inspirava a loro il suo coraggio, e l’abbattimento che traggono seco le lunghe disgrazie, quando si fecero udire alcuni spari di moschetto. Era una mano di cittadini che avevano prese le armi; i Cosacchi, dopo essersi adoperati eglino stessi a far cessare un fuoco inutile, continuarono la loro ritirata. Il giorno vegnente Napoleone fece il suo ingresso, e andò ad abitare il Kremlino con una porzione della sua Guardia e le persone della sua casa, ma quella dimora era per noi cosi incomoda, che fui costretto a trovarmi un altro alloggio. Andai ad abitare in una casa posta a qualche distanza, la quale apparteneva ad un membro della famiglia Nareschkin. Vi giunsi alle quattro della sera: la città era ancora intatta; la dogana soltanto era in preda alle fiamme, le quali già la divoravano prima che fosse comparso un francese. Ma sopravvenne la notte, che fu il segnale dell’incendio, che da destra, da sinistra, dappertutto scoppiava. Le fiamme invasero ogni cosa, i pubblici edifici, le chiese, le case private; nulla doveva sfuggire al loro furore. Il vento spirava con violenza, per cui l’incendio fece rapidi progressi. A mezzanotte il fuoco era così terribile, che i miei aiutanti di campo mi risvegliarono, e da loro sostenuto, mi affacciai ad una finestra, dalla quale contemplai quello spettacolo che facevasi spaventevole. L’incendio avanzavasi sopra di noi, ed alle quattro vennero ad avvertirmi che bisognava sloggiare. Uscii, e dopo alcuni istanti quella casa fu ridotta in cenere. Mi feci condurre verso il Kremlino, dove tutto era terrore; allora ritornai indietro, e mi portai al quartiere de’ Tedeschi, dove m’era stata destinata la casa d’un generale russo; qui sperava guarire dalle mie ferite; ma quando vi giunsi, vi si vedevano di già sfuggire vampe di fuoco e globi di fumo. Io non vi sono entrato, ritornai ancora al Kremlino. Per via vidi soldati e artigiani russi che si cacciavano per le case e le incendiavano; le nostre pattuglie ne uccisero alcuni sotto a’ miei occhi, e ne arrestarono un gran numero. Mi avvenni nel maresciallo Mortier. «Dove andate?» mi chiese. «Il fuoco mi scaccia dappertutto dove mi ricovero: ora vado direttamente al Kremlino». «Tutto è confusione colà, poiché l’incendio giunge in ogni luogo: allontanatevi piuttosto». «Ma dove andare?» «A casa mia, il mio aiutante di campo vi condurrà». Io lo seguii. La casa era situata presso l’Ospizio de’ Trovatelli, ma vi giungevamo appena, che questa già tutta ardeva, sicché mi determinai di nuovo a portarmi al Kremlino. Attraversai la Moskowa per collocarmi dirimpetto il palazzo, che era ancora intatto. Cammin facendo incontrai il generale Lariboissière, insieme con suo figlio ammalato; con noi si unì Talhouet, e tutti andammo ad alloggiare in alcune case poste sulla riva del fiume. Il mio ospite era un buon cappellaio, che fu commosso del mio stato, e mi fu cortese di tutte le cure possibili; ma appena mi era stabilito presso questo onesto operaio, che il fuoco si manifestò da tutte le parti. Abbandonai in fretta quella casa, e tanto sono strette quelle case, che se io avessi tardato non avrei potuto salvarmi con la mia carrozza. Ripassammo il fiume, ed andammo a collocarci a cielo aperto dietro le mura del Kremlino; era l’unico modo di trovare qualche riposo. Il vento, spirando con una gagliardia sempre crescente, alimentava l’incendio: sloggiai di colà anche una volta, ma questa fu l’ultima. Mi ritirai presso una barriera: le case vi erano isolate e disperse, per cui l’incendio non poté raggiungerla. Quella ch’io abitava era piccola, ma comoda, ed era di proprietà d’ un principe di Gallitzin; in quella casa ho nudrito per quindici giorni non meno di cento cinquanta abitanti rifuggiti. Napoleone fu anch’egli obbligato a ritirarsi innanzi alle fiamme: abbandonò il Kremlino, e trasferì il suo quartier generale fuori della città, in una casa imperiale, in cui si stabili, ma non vi rimase lungo tempo, poiché ritornò al palazzo degli czar non appena l’incendio fu interamente estinto. Quasi tutte le mattine mandava il generale Narbonne a prendere mie notizie; quel generale, come molte altre persone, era molto turbato, e spesso mi diceva che l’Imperatore aveva torto di calcolare sulla pace, che noi non eravamo nel caso d’ imporre delle condizioni, che i Russi non eransi rassegnati al sagrificio della loro capitale per accettare trattati svantaggiosi. «Essi ci tengono a bada per ricattarsi ed avere miglior giuoco».

Memorie del generale Rapp, ajutante di campo di Napoleone,
scritte da lui medesimo, volgarizzate da F. Sala,
Tipografia e libreria Pirotta e C., Milano 1840

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