IV – Borodino, la «terribile» battaglia

IV – Borodino, la «terribile» battaglia

Le armate francesi si fermarono a Smolensk per sei giorni.
Ormai conscio dell’impossibilità di ingaggiare una battaglia risolutiva, Napoleone si trovava di fronte a una gravosa decisione: avanzare su Mosca o svernare a Smolensk?
Nel secondo caso, si avrebbe avuto il tempo di rendere più efficienti le truppe e di riorganizzare i convogli. A tali valutazioni se ne aggiungeva poi un’altra, di non minore rilievo: bisognava infatti tener conto della difficoltà nel reperimento di viveri sulla strada per Mosca.
Tuttavia, l’imperatore ambiva a ottenere dei risultati nel breve termine: bisognava, a suo avviso, far rientrare il più presto possibile la Russia nel Sistema continentale; in più, andavano considerati i rischi di una cospirazione e di un colpo di Stato a Parigi.
Pertanto egli optò per la prima possibilità, ovvero marciare immediatamente su Mosca.
Del resto, le precedenti campagne che aveva combattuto gli avevano dimostrato che la vittoria poteva essere assicurata solo dalla costante ricerca del nemico e dalla sua definitiva disfatta. Era convinto che Alessandro non avrebbe abbandonato Mosca, centro spirituale e religioso del suo regno, e l’avrebbe difesa sino alla fine; in tal caso sarebbe incorso nella sconfitta e sarebbe stato costretto a implorare la pace.
Lo zar si era ormai deciso ad abbandonare la politica temporeggiatrice, che aveva caratterizzato la sua azione dall’inizio dell’invasione francese. Il barone Barclay de Tolly fu quindi sostituito come supremo comandante da Kutuzov: ora non ci si doveva più ritirare, bisognava combattere. Al riguardo, un aspetto tutt’altro che indifferente, che non va dimenticato, è che Kutuzov era russo, e pure per tale ragione appariva più idoneo a quel ruolo rispetto Barclay, che era baltico tedesco.


Napoleone alla battaglia di BorodinoNapoleone alla battaglia di Borodino, 7 settembre 1812


Napoleone prese la sua decisione il 24 agosto: la marcia riprese, erano in movimento circa 124 mila fanti, 32 mila cavalieri e 587 cannoni.
La successiva città presa dai francesi fu Vjaz’ma. Qui iniziò a cadere una pioggia fredda (ed era solo il 29 agosto) e in seguito la temperatura scese notevolmente, al punto che molti cavalieri iniziarono a indossare pellicce e berretti di pelle di montone. Napoleone, dopo essere giunto il 1° settembre a Gžatsk, il 5 settembre si fermò a breve distanza dal villaggio di Borodino. Il 4 settembre aveva saputo che l’armata nemica si era disposta sul fiume Koloč.
La zona di Borodino è una campagna con molti ruscelli e avvallamenti, boschi sparsi, campi aperti e villaggi di dimensioni limitate. I soldati russi avevano cercato di sfruttare nel miglior modo possibile le difese naturali della zona; inoltre, in difesa della strada per Mosca, c’erano due ridotte (cioè costruzioni fortificate di forma quadrata): la ridotta di Schivardino e la “Grande Ridotta”, altrimenti detta “Ridotta di Raevskij”. Più a sud c’erano tre fortificazioni di forma triangolare, le cosiddette “Tre Frecce”. Il 5 settembre, i francesi avevano preso la ridotta di Schivardino.
I russi ammontavano a 120.800 unità, secondo quanto riportato da Chandler (ma per Blond, invece, erano 130 mila). Kutuzov era comandante in capo alla Moscova, superiore di Barclay de Tolly e di Bagration. I russi erano disposti a semicerchio con fronte a nord-ovest; l’armata di Napoleone era posta di fronte a loro.
Il 6 settembre, l’imperatore fece le ricognizioni finali: a causa del terreno sfavorevole scartò l’eventualità di uno scontro con le forze a nord di Borodino; valutò attentamente la “Grande Ridotta” e decise che quella sarebbe stata l’obiettivo principale.
Il piano dell’imperatore prevedeva un attacco frontale e contemporaneamente operazioni difensive sulle ali nemiche. A sinistra il corpo d’armata di Eugenio, appoggiato dalla cavalleria, doveva conquistare Borodino e, passato il Koloč, attaccare la “Grande Ridotta”. Davuot e Ney dovevano penetrare  nel centro sinistro dei nemici, dopo che le “Tre Frecce” fossero state conquistate. Sulla destra, il maresciallo Poniatowski si sarebbe diretto su Utitsa per aggirare le linee russe. Murat avrebbe avuto il controllo della cavalleria, mentre la Guardia sarebbe stata tenuta di riserva. L’arrivo di notizie fosche dalla Spagna convinse Napoleone che era ormai assolutamente necessaria conseguire una vittoria immediata.
Il 7 settembre, alle sei, i francesi aprirono il fuoco e lo scontro ebbe inizio: questo combattimento venne chiamato “battaglia della Moscova” dai francesi e “battaglia di Borodino” dai russi.
Inizialmente, il piano francese sembrò riuscire alla perfezione: Eugenio conquistò Borodino, nel settore centrale Davout guadagnò posizioni e Poniatowski cacciò i nemici da Utitsa.
Il contrattacco russo, tuttavia, non tardò: Eugenio fu respinto nelle posizioni difensive attorno a Borodino, Davout fu costretto ad abbandonare le fortificazioni a freccia che aveva conquistato, e Poniatowski dovette arrestare la sua avanzata. Più tardi, falliva anche l’assalto di Eugenio per impossessarsi della “Grande Ridotta”.


Kutuzov alla battaglia di BorodinoKutuzov alla battaglia di Borodino, 7 settembre 1812


Il combattimento si era trasformato in una battaglia di logoramento.
I francesi attaccarono nuovamente il centro delle linee russe. Con la morte del generale Bagration, i russi abbandonarono le loro posizioni ai francesi, e questi si gettarono subito in avanti contro i nemici in ritirata, sentendo la vittoria imminente. Ma i russi riuscirono a ritirarsi con ordine, e arrestatisi si opposero energicamente agli assalti.
Napoleone osservava con il cannocchiale il combattimento davanti alla “Grande Ridotta” che i francesi tentavano di riprendere, ma non aveva intenzione di far intervenire la Guardia, sicuro di poter vincere ugualmente la battaglia. Egli non voleva rischiare le ultime riserve, in vista di un’eventuale battaglia decisiva a Mosca.
Così, quando Murat, Davout e Ney gli chiesero con insistenza di far intervenire la Guardia, egli si rifiutò categoricamente di mettere a rischio l’unico corpo della sua armata ancora intatto. Questa scelta, però, permise a Kutuzov di rafforzare i settori più indeboliti dal combattimento. La cavalleria attuò un attacco diversivo contro Borodino che costrinse Eugenio ad intervenire, impedendo l’attuazione del piano di attacco che Napoleone stava progettando. Dopo circa un’ora il principe Eugenio aveva risolto la situazione a Borodino e si preparava ad un nuovo assalto alla “Grande Ridotta”. Coperto da un bombardamento, avrebbe attaccato il nemico frontalmente con tre divisioni, mentre la retrovia doveva cercare di aprirsi un varco nelle linee russe, in modo da poter assalire la posizione dalle spalle.
Il piano riuscì e i francesi, alle tre del pomeriggio, finalmente conquistavano la “Grande Ridotta”. Eugenio cercò di proseguire l’attacco spingendosi in avanti, ma Barclay glielo impedì. Napoleone rimase però ancora sordo alla richiesta di usare la Guardia.
I russi sferrarono un nuovo contrattacco, ma i francesi mantennero il controllo delle posizioni prese. Verso le cinque, inoltre, Poniatowski riuscì a impadronirsi di una collina a est di Utitsa.
L’ala sinistra russa iniziò la ritirata, e il calare della notte pose fine al combattimento.
Napoleone scrisse alla moglie Maria Luisa di aver vinto la battaglia, e Kutuzov si espresse negli stessi termini nella lettera indirizzata allo zar. Tecnicamente, la vittoria era stata francese, ma quello della Grande Armée fu indubbiamente un successo parziale, ottenuto con pesanti perdite; e comunque non fu la battaglia decisiva che Napoleone aveva così a lungo preconizzato.
Ciò fu dovuto, in parte, al fatto che essendo malato (era tormentato da gambe e piedi gonfi, tosse secca, respirazione difficile, polso irregolare, problemi alla vescica) non poteva cavalcare molto, pertanto era costretto a comandare senza verifiche.
I morti furono 60 mila, di cui 45 mila russi, secondo Blond, mentre Chandler afferma che le perdite della Grande Armée ammontarono fra i 30 e i 50 mila morti, e quelli russe furono 44 mila circa. In ogni caso, Borodino fu un vano trionfo per i francesi, poiché non portò alla pace agognata. Non a caso, per l’imperatore si trattò della «più terribile delle mie battaglie».
Una settimana più tardi, dopo altri 120 chilometri, l’avanguardia francese faceva il suo ingresso a Mosca. Ci furono alcuni scontri di retroguardia, ma Kutuzov non cercò affatto di fermare il nemico. Il 14 settembre i russi lasciavano la città.
La Grande Armée entrava a Mosca vittoriosa ma ormai era composta solo da 100 mila uomini.

L. Sansone

 

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