Corsica e Italia nella riflessione di padre Prosperi

Corsica e Italia nella riflessione di padre Prosperi

Il duca Carlo Lodovico aveva l’abitudine di circondarsi avventurieri, costandogli ciò talvolta spiacevoli umiliazioni. Carlo Alberto di Savoia, cugino di sua moglie, farà sapere con garbo al duca, nell’invitarlo a Torino, che non gradiva avere certe persone alla sua Corte, e la duchessa di Berry, nel concedere che sua figlia si fidanzasse con il principe ereditario del ducato lucchese, pose quale condizione l’eliminazione di alcuni cortigiani del duca.
Da parte di Carlo Alberto di Savoia si usò garbo, lo ribadisco, in occasione di tale richiesta: semplice tolleranza o tentativo di mantenere buoni rapporti, in vista di eventuali accordi politici?
Il quadro politico intercorso in quegli anni tra l’Austria e Lucca, nonché tra l’Austria e il Piemonte, era piuttosto complesso.


Bastia CorsicaVeduta di Bastia, Corsica


Il piccolo Stato lucchese in particolare, costituito da un’isola di popolazione abituata a vivere la propria esistenza senza quei problemi che interessavano il mondo più complesso dei grandi Stati, nel 1815 e nel 1833, come nel 1847 fu al centro dell’attenzione per i maneggi politici degli Stati potenti. I sospetti della diplomazia austriaca in quel periodo ci furono sia verso il duca di Lucca Carlo Lodovico, sia nei confronti di Carlo Alberto. Di entrambi osservava preoccupata il comportamento.
Nel 1847, l’anno della fine del ducato e in cui padre Prosperi ottenne la rettoria di Sant’Anna, la diplomazia austriaca a Lucca temette sommovimenti popolari mentre a Torino era in sospetto per l’atteggiamento di Carlo Alberto nei riguardi dei moti rivoluzionari italiani.
Non si fidava poiché entrambi i sovrani – Carlo Alberto e Carlo Lodovico –, naturalmente con i dovuti distinguo, visto il diverso peso politico, avevano in comune un conservatorismo non sempre in sintonia con le aspettative di Vienna. Carlo Lodovico ad esempio, in occasione dei moti del 1831, si era dimostrato moderatamente reazionario.

La vicenda missionaria corsa di padre Prosperi appare, io credo, piuttosto sui generis. Mancano, nel suo scritto sulla Corsica, stranamente – vista la natura passionale e impegnata del nostro – riferimenti politici diretti. Affrontò invece in questo testo la questione dell’istruzione, cui il sacerdote ritenne opportuno guardare con occhio attento, come fece in altre sue pubblicazioni. Nello specifico volle presentare ai suoi lettori un popolo corso più colto di quanto solitamente si ritenesse. Da sempre motivo d’impegno concreto nella sua stessa vita privata, l’educazione del popolo meritò per il Nostro una precisa riflessione. In questo caso egli suppose che la situazione dell’isola rispecchiasse in modo esaustivo quanto la condizione politica di uno Stato poteva influire sulla pubblica istruzione. Ritenne perciò indispensabile, per elevare gli ingegni, che i governanti si facessero carico per il futuro di impegni precisi, affidandosi naturalmente alle autorità religiose; e di tale riscatto necessitavano, in quel preciso momento, tutti gli italiani.

«I Corsi ebbero taccia d’ignoranza e di poca civiltà, è vero, ma la Corsica per disventura non ebbe mai tregua per darsi all’ozio delle buone discipline (…) Eppure mente e acume, vogliatezza naturale, forte immaginazione, profondo sentire, qualità essendo di quella nazione, avrebbero dato alla Corsica uomini d’ogni fatta celeberrimi (…) ma il tumulto continuato di Marte, non lasciò mai tranquillo il terreno alle placide arti di Pallade».

Padre Prosperi riconobbe i generosi sforzi di Pasquale Paoli per la rinascita di un’educazione generale e lodò in questa circostanza i francesi che, pur essendo dominatori, con regolarità ed acume, promossero l’istruzione nell’isola, in mano quasi esclusivamente a religiosi (cosa che il nostro trovò giustissima).

«L’unico tarlo del governo francese per quanto riguarda l’istruzione è di tenere assai poco conto della lingua italiana, essendo divisamento del governo che una sia la lingua in tutta l’estensione dei suoi domini; ma siccome la Corsica per linguaggio, per usanza e per clima, per posizione, è italiana, sarà lavoro di più secoli ottenere che tutta l’isola si parli il francese idioma. I Corsi nascono italiani e col latte succhiano pure idea e lingua italiana».

Perché padre Prosperi non indicò chiaramente i contenuti della sua predicazione, cosa che ci aspetteremmo da un padre missionario? Al riguardo terrei in seria considerazione le parole di Luigi Venturini in merito al comportamento del sacerdote in quell’isola: «Perché in tutte queste lettere vi è proprio uno studio di evitare qualunque accenno al gran Corso e alla sua famiglia?». In particolare, non spese neanche una parola sulle vicissitudini politiche di Monsignor Pino, «vicario generale di Mons. vescovo di Corsica», quando scrisse e pronunciò il suo elogio funebre in onore del vicario, elogio recitato in Ajaccio il 19 giugno 1843.
Scrive Venturini:

«L’orazione è assai mediocre, ma il personaggio celebrato è singolare. Il Pino fu un Bastiese che fece i suoi studi ecclesiastici non si dice dove, che a ventun anni dovette riparare a Firenze per sfuggire l’ondata rivoluzionaria che s’era gettata anche sulla Corsica, e non si sa per quali specifici motivi. Il Direttorio nel 1796 gli permise il ritorno e il vescovo Verclos lo nominò arciprete curato della cattedrale di Bastia. Ma non volendo egli prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica, fu poi costretto a ritornare in Italia nel 1797. Il Concordato lo ricondusse in Corsica nel 1801 a rioccupare il suo posto. Ma che? Nel giorno dell’Assunta del 1802, proprio mentre sta predicando, è arrestato sul pulpito e portato nientemeno che … a Fenestrelle e di lì in varie prigioni di Francia fino alla caduta dell’Impero! La Restaurazione lo restituì libero all’isola sua; ivi fu fatto vicario di Ajaccio ove morì appunto nel 1843 (…) L’orazione [di Prosperi] è gonfia di parole, è vuota di cose: una tirata ad effetto, e d’una scarsità spettacolosa in fatto di cenni biografici del commemorato e soprattutto di accenni del suo operato. Il Pino è stato una vittima ben percossa della politica imperiale. Ma il Prosperi, parlando di lui, non ne fa alcun cenno, non solo, ma quando ha da narrare del suo arresto, cita in proposito il testo delle Memorie del Cardinal Pacca, appunto in quell’Ajaccio dove anche i ciottoli delle vie dovevano sapere vita e miracoli del Pino. Ed eravamo nel 1843, tempo in cui si poteva dir bene o male di Napoleone senza riserbo alcuno. Era ancora forte e potente il partito napoleonico in Corsica?».

Non si pronunciò perché qualcuno o qualcosa non gli permise di esprimere quanto avrebbe potuto narrare? Qualcuno gli chiese espressamente di non farlo? Quando il 29 marzo 1846 padre Prosperi benedì sul sagrato della chiesa di San Rocco in Ajaccio i patrioti corsi, lo fece alla luce del sole; infatti molti anni più tardi, nel 1866, scrivendo una dichiarazione in sua difesa contro i monitori che la Curia lucchese gli inviò, contestando al sacerdote in primis i ripetuti allontanamenti dalla sua parrocchia, riferì che le accuse mossegli da più parti d’essere un prete rivoluzionario erano false, citando proprio nomi e cognomi di personalità e religiosi che nel 1843 erano a conoscenza del suo operato in Corsica.

Scrisse in proposito padre Prosperi:

«In queste reminiscenze [della Curia lucchese, che lo considerava poco affidabile] non ci si vede tutta la buona fede, e il desiderio di salvare l’onor del clero, parola che si ripete da un anno all’altro. Ma sta in fatto che Mons. Bertolozzi, a quei tempi Vicario Generale [a Lucca] , specchio di lealtà, di zelo verace, e di giustizia, ventilò quei documenti [che avrebbero dovuto attestare che Prosperi era stato un prete rivoluzionario], e trovatili supposti e insussistenti, d’accordo col principe Carlo Lodovico di Borbone, confermò la mia nomina a parroco di S. Anna [nel gennaio 1847], e per giudicare più futili que’ suoi [del vicario generale] vantati documenti quel che lasciò scritto il Bertolozzi, e poi i documenti di Mons. Mancini arcivescovo di Siena, e quelli di Mons. Minucci, arcivescovo di Firenze, e quelli di Mons. Casanelli d’Istria, vescovo di Ajaccio, e poi quelli del console francese ed altri tali, che se non li ha veduti [Mons. Betti] li può trovare nel protocollo segreto dell’Arcivescovo [di Lucca] se non sono stati dispersi».

Un così puntuale elenco di coloro che potevano testimoniare in suo favore volle mettere l’accento, io credo, sull’ufficialità del ruolo ricoperto da padre Prosperi nell’isola; ufficialità che intendeva fugare dal lettore i dubbi che potevano scaturire dai riferimenti ai documenti in possesso della Curia lucchese, ritenuti dalla stessa compromettenti. Il documento del 1846, che è conservato nell’archivio di Stato di Lucca, potrebbe sottendere una partecipazione o un parziale coinvolgimento del religioso in vicende rivoluzionarie. In ogni caso, personalmente ritengo il Prosperi sincero quando afferma di non essere un prete rivoluzionario, ma soltanto un sacerdote che auspicava la costituzione di un potere politico nella penisola, più in sintonia con le trasformazioni sociali del suo tempo.

Del resto il nostro – lo ribadì anche agli artigiani in un’operetta morale pubblicata proprio in quegli anni – non intendeva con le sue parole modificare l’ordinamento costituito, ma prefigurava solo l’armonizzazione dei rapporti tra i diversi ceti, tale da consentire una pacifica convivenza civile, sulla scorta dei valori di conservazione sociale, in cui lo stesso Prosperi era cresciuto.

Elena Pierotti

Bibliografia e fonti

Giuliano Lucarelli, Lo sconcertante duca di Lucca Carlo Lodovico di Borbone Parma, Maria Pacini Fazzi, 1988.

Luigi Venturini, Di Gioacchino Prosperi prete lucchese e del suo libro sulla Corsica, Milano, Ist. Edit. Scient. Tyrrehenia, 1926.

Biblioteca di Stato di Lucca, Busta 687.3.

 

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