I francesi e la “scoperta” dell’Europa

I francesi e la “scoperta” dell’Europa

Nel suo libro La cultura dei Lumi, lo storico francese Daniel Roche, professore alla Ècole des hautes études en sciences sociales, ha sottolineato quanto fossero rari e insoliti, nella Francia del Settecento, i viaggi al di fuori dei confini del paese. E se non mancavano i “forestieri”, ciò era dovuto, in larga misura, al fenomeno della coscrizione militare: un fenomeno di vasta portata, che in tutto il continente aveva afferrato, dall’inizio del secolo sino alla Rivoluzione del 1789, circa 2 milioni e mezzo di individui, favorendo parzialmente spostamenti ed emigrazioni.
Ma per la stragrande maggioranza della popolazione francese, possiamo parlare di una realtà alquanto statica: la vita quotidiana, infatti, si consumava nei limiti di spazi e aree geografiche ben specifiche, vale a dire quelle della città o (assai più spesso) del villaggio in cui si era nati, e dintorni.
Un analogo discorso vale anche, al di là di quanto si sarebbe portati a pensare, per le élites. Infatti le élites locali, sebbene fossero progressiste e recettive sul fronte delle “idee”, delle lettere, della filosofia, spesso e volentieri, qualora avessero affrontato un viaggio, non si erano mai spinte più in là di Parigi.
Ne deriva il fatto che la conoscenza dell’Europa, all’infuori della Francia, fosse piuttosto limitata e lacunosa, fondata sugli appunti e sulle impressioni di pochi audaci e curiosi viaggiatori; ma per lo più, in realtà, era basata su stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi diffusi. Basti pensare, al riguardo, all’aura misteriosa ed esotica che, per i francesi, circondava quasi tutte le città italiane; un’aura di cui ancora si trova traccia, per esempio, ne Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas.


roma, tra le mete predilette del Grand Tour dai francesiCastelli romani, meta prediletta del Grand Tour


Da questo punto di vista, può essere utile rammentare il giudizio di Giovanni Assereto, il quale relativamente a Genova (che in quel periodo spesso rivestiva il ruolo di «Janua Italiae») scrive che «durante l’età moderna l’osservatore francese …, quale che sia il suo status e il suo atteggiamento, non è mai un osservatore del tutto neutrale», pertanto questi autori esprimono giudizi tutt’altro che equilibrati.
È a partire dalla fine della Guerra dei Sette Anni (Trattato di Parigi, 1763) che si assiste ad un cambiamento e ad un progresso nell’ambito delle conoscenze, con viaggi che toccano le regioni europee più remote, dall’Islanda alla Turchia. Terreno privilegiato resta, ovviamente, l’Italia, meta particolarmente ambita per le bellezze naturali e artistiche che offre. Scrive Cesare De Seta che proprio «con la conclusione della Guerra dei Sette anni … l’Europa conosce una stagione di lunga pace e il Grand Tour vive quella che possiamo definire, senza enfasi, la sua età dell’oro».
In quel periodo, e ancor di più sul finire del secolo, assistiamo al proliferare di numerose opere: memorie e resoconti di viaggio che adesso assumono carattere pedagogico, scientifico e divulgativo.
Stuart Woolf, al riguardo, ha scritto che «l’Europa fu “scoperta” sia dai lettori che dai viaggiatori, assistiti nei loro viaggi da descrizioni e da guide pratiche sempre più stereotipate». E aggiunge che «un viaggiatore di oggi, abituato alle Guide Blu, non si stupirebbe, salvo che per la lunghezza del titolo, davanti all’Itinéraire des routes les plus fréquentées, ou journant d’un voyage aux villes principales de l’Europe, où l’on a marqué … le tempes employé à aller d’une poste à l’autre, les distances en milles anglois … les choses remarquables à voire … On y a joint le rapport des monnaies et celui des mesures itineraires et linéales».
Si tratta di un “boom”, sul fronte dei viaggi, che per Woolf è misurabile confrontando la collezione di libri di viaggio del filosofo Voltaire (137 volumi di viaggi e dizionari geografici della sua biblioteca di circa 4000 opere) «con i 700 testi di geografia e storia della biblioteca di 2000 volumi di Adrien Duquesnoy, un poco noto ma influente amministratore degli anni del Consolato».
Insomma, dalla fine del Settecento i francesi “scoprono” a tutti gli effetti l’Europa, dando per la prima volta sostanza e concretezza a quel cosmopolitismo che era stato solo ostentato dagli aristocratici e vagheggiato dai filosofi illuministi.
A inizi Ottocento, peraltro, assistiamo a un notevole sviluppo della topografia statistica: uno strumento di cui si avvarrà ampiamente l’amministrazione napoleonica per conoscere, e controllare, i territori conquistati e annessi all’Impero.

M. L.

 

Bibliografia
Assereto G., Viaggiatori francesi a Genova tra Seicento e Settecento: pregiudizi e stereotipi, in Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”, Vol. LXX, 2000.
Roche D., La cultura dei Lumi. Letterati, libri, biblioteche nel XVIII secolo, Il Mulino, Bologna, 1992.
Woolf S., Napoleone e la conquista dell’Europa, Laterza, Bari, 2008.

Link esterni
De Seta C., Il Grand Tour e il fascino dell’Italia

 

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