I genovesi sconfitti a Oneglia

Ronco2. Battaglie nella valle dell’Impero

Antonino Ronco, saggista prolifico, ha curato, sulle pagine de “Il Secolo XIX”, nel 1989, una serie di articoli in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese. La redazione di “Studi Napoleonici – Fonti Documenti Ricerche” ha deciso di pubblicarli sul sito, in modo di rendere finalmente accessibile ai lettori quel materiale, di indubbio interesse ma purtroppo difficilmente reperibile. 

I genovesi sconfitti a Oneglia
Arriva Napoleone e vende le statue del Duomo

Le truppe francesi che l’8 aprile 1794 occuparono Oneglia non si abbandonarono ad atti di violenza contro gli abitanti rimasti in città. I «deputati in missione» istituirono subito un comitato, formato da francesi e onegliesi, incaricato di espropriare i beni dei monarchici emigrati, di rastrellare oggetti di valore da vendere a beneficio della nazione e spillare ove possibile viveri e denaro per il vettovagliamento delle truppe. Filippo Buonarroti, nominato Commissario per i territori occupati, era responsabile dei provvedimenti spettanti al potere civile, ma non aveva alcuna autorità sugli approvigionatori militari: i famigerati Commissari dell’Armata. Cercò comunque di limitarne l’invadenza e l’arbitrio denunciando i soprusi e i ladrocinii che si commettevano nelle terre già soggette al «tiranno sardo», sabaude o feudali che fossero.


I genovesi sconfitti a OnegliaLa bufera degli anni rivoluzionari – I genovesi sconfitti a Oneglia


Impiantato il Commissariato di Oneglia e diviso il territorio da questo dipendente in sette Distretti (il 4° era quello di Loano) Buonarroti cercò di dare una struttura amministrativa ai paesi dipendenti inviando «agenti» di sua fiducia o reclutandoli sul posto tra le persone dotate di una certa cultura e spesso, seppur di malavoglia, dovette appoggiarsi ai parroci, ai curati: gli unici, in molti casi, in grado di svolgere le semplici pratiche amministrative richieste.

Nel breve volgere di un anno, il tempo in cui Buonarroti resse il Commissariato di Oneglia, la città ligure assurse al ruolo di rifugio per molti perseguitati politici i quali, fuggendo dal Piemonte, dalla Toscana, da Genova o da Napoli trovarono accanto al «proconsole» giacobino un asilo sicuro, una protezione entusiasta. Resta, per Oneglia, il merito di essere stata, in quel periodo, un centro di propaganda democratica unico in Italia, una luce cui si volsero molti patrioti in quella baluginante aurora del nostro risorgimento.

Buonarroti non trasse benefici personali dalla sua opera di Commissario ad Oneglia, anzi. Il fatto di aver espropriato il feudo del marchese Gio Enrico IV Carretto di Balestrino distribuendone le terre ai contadini, divenne elemento di accusa contro di lui quando il feudatario riuscì a dimostrare di non essere un «piemontese emigrato» ma un cittadino genovese. Per questo, ma soprattutto perché i tempi erano cambiati e a Parigi si cercava di far dimenticare gli eccessi che avevano contrassegnato gli anni del Terrore, Buonarroti fu arrestato, processato in contumacia ad Oneglia, e condannato. Quando lo arrestarono a Sarola, nell’entroterra di Oneglia, viveva poveramente in una casa da «sanculotti» insieme a Teresa Poggi, di Pietra Ligure, una donna che lo seguì poi tra vicende drammatiche, rinunce e amarezze, per molti anni, sino alla morte.

Con la fine del Commissariato di Oneglia non finirono i guai per la città sabauda. Nell’aprile 1796 ricomparve Napoleone Bonaparte, questa volta in veste di comandante dell’Armata d’Italia. Si fermò poco ma ebbe il tempo, tra l’altro, di ordinare la vendita di una quarantina di statue, prelevate dal Duomo, per ricavarne 40 mila lire che servivano a foraggiare le truppe.

Dopo i repubblicani francesi, Oneglia si trovò alle prese con i repubblicani genovesi. Nel giugno 178 la democratica Repubblica Ligure, che da un anno aveva preso il posto della antica oligarchia genovese, incitata dall’inqueto e interessato ambasciatore Sotin, intraprese una grottesca guerretta per appoggiare i fuoriusciti antimonarchici che si erano annidati a Carrosio (nel Novese). Qualche successo riportato in Valle Scrivia, imbaldanzì i liguri che, spronati dal francese, allargarono il teatro di lotta con l’intenzione di annettersi Oneglia e Loano, terre che, dopo l’armistizio di Cherasco (1796), erano tacitamente rimaste al Piemonte. I militari genovesi lanciarono dapprima un corpo da sbarco contro Loano. La città, fortunatamente, dopo un abbozzo di difesa, depose le armi. La campagna nel Ponente non poteva però dirsi conclusa senza la conquista della principale oasi sabauda in Liguria, cioè di Oneglia. All’assalto della sfortunata città mosse infatti, con l’Armata d’Oltre ponente, il maggiore Giulio Cesare Langlade che aveva riunito a Porto Maurizio tutte le truppe che si trovavano nel dominio genovese sino a Ventimiglia.

Questa volta però il comandante di Oneglia, barone Des Geneys, non solo non si arrese alle intimazioni degli assalitori ma contrattaccò vigorosamente, con le poche decine di uomini di cui disponeva, riuscendo a respingere i repubblicani dalle posizioni su cui si erano installati per minacciare la piazzaforte. Vivaci combattimenti si accesero a Monte Acquarone, al Bardellino, a Colle Bassa. Ripetutamente battuto, Laglande si vide costretto ad abbandonare Porto Maurizio che cadde in mano agli onegliesi. Anche nella valle di Diano le sparute forze di Des Geneys riportarono rapidi successi, costringendo i repubblicani ad allontanarsi verso Levante.

Le operazioi di quella infausta campagna, che portò Langlade sul banco degli accusati a Genova, furono sospese per ordine del Direttorio di Francia: un veto motivato da opportunità politica, che evitò ai liguri una completa sconfitta. Del pari per opportunità politica i francesi evitarono di assegnare alla Repubblica Ligure, loro alleata, le terre del Principato, come chiedevano i governanti genovesi.

L’ultimo anno del Settecento vide Oneglia protagonista di altre drammatiche vicende. Nel mese di maggio, mentre dalla Toscana e dal Veneto era in corso la grande offensiva dei Coalizzati che si sarebbe conclusa con la sconfitta dei francesi a Novi, una estesa rivolta scoppiò nelle valli dell’Onegliese. In quel periodo tra gli ex sudditi sabaudi serpeggiava un vivo malcontento per le pesanti imposizioni fiscali e il regime poliziesco imposto dagli occupnti francesi. La scintilla dell’insurrezione scoccò nella valle del Maro dove i contadini vennero casualmente in possesso di un plico, proveniente da Torino, in cui si annunciavano le vittorie dei Coalizzati, prossimi, si assicurava a scacciare i francesi da tutta l’Italia.

Eccitati da un miraggio di una imminente liberazione, i valligiani presero le armi e calarono su Oneglia da dove misero in fuga la piccola guarnigione francese. Quindi passarono a Porto Maurizio e lo occuparono. Presi in ostaggio i maggiorenti della comunità chiesero un tributo di 300 mila lire e 300 mine di grano. Costrinsero inoltre gli abitanti ad abbandonare l’Albero della Libertà e ad innalzare il vessillo reale. Per riportare l’ordine dovettero intervenire le truppe francesi che rioccuparono Oneglia e la saccheggiarono. Anche nelle valli si ebbero di mira Pieve d’Arroscia che dovette sostenere, in quell’occasione un drammatico assedio.

Le vicende dell’anno 1800, tra l’inizio dell’assedio di Genova e la battaglia di Marengo (14 giugno) videro ancora la Liguria percorsa dagli eserciti contrapposti. Passarono prima i francesi che si ritiravano verso il Varo, poi gli austriaci che li inseguivano; circa un mese dopo ripassarono, in senso opposto, gli austriaci che si ritiravano e i francesi che li inseguivano. E fu l’ultima grande, sanguinosa «parata» di un’epoca che moriva. Le popolazioni liguri vi assistettero sgomente, rese mute, inerti dalle tragedie di tanti anni di guerra. Ma a Marengo, insieme al sole del 14 giugno, nasceva una nuova epoca che sarà, almeno per la Liguria, di pace: seppure una «pace napoleonica».

Antonino Ronco, Il Secolo XIX, 1989

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