Il tricolore francese su Verona

Il tricolore francese su Verona

La Campagna d’Italia, da obiettivo militare e diplomatico, stava assumendo sempre più una finalità politica. Idee rivoluzionare e di propaganda accompagnavano la conquista militare; nel programma di Bonaparte si inserivano ormai in maniera più aperta gli ideali di liberazione dei popoli e di libertà italiana.

Nel frattempo Napoleone polemizzava con il Direttorio; reclamava intera autonomia nella guida delle operazioni militari, ma anche e soprattutto l’autorità per svolgere una propria politica nei confronti degli Stati italiani. Respingeva gli ordini, li modificava, li accantonava e si attribuiva il diritto di negoziare coi sovrani italiani e stranieri. Metteva, insomma, il Direttorio di fronte al fatto compiuto.


Battaglia di CastiglioneBattaglia di Castiglione, 5 agosto 1796


Il governo francese dovette così fare marcia indietro. Ad esempio, nella risposta del 21 maggio 1796, si rallegrava con l’Armata d’Italia e con il suo comandante:

«Gloria immortale ai soldati dell’armata d’Italia e a colui che la comanda (…) Voi sembrate propenso, cittadino generale, a continuare la condotta delle operazioni militari nell’attuale campagna d’Italia. Il Direttorio ha ponderatamente riflettuto su questa proposta e la fiducia nel vostro talento e il vostro zelo repubblicano hanno deciso in favore dell’affermativa».

Era, come scrive Jean Tulard, «la disfatta del Direttorio».

L’armata continuò così a marciare verso l’Oglio e il 28 maggio, mentre Augereau puntava su Bergamo, il generale Berthier entrò trionfante a Brescia, una delle maggiori città della terraferma veneta. Venne affisso il seguente proclama:

«(…) è per liberare la più bella contrada d’Europa dal giogo di ferro dell’orgogliosa casa d’Austria che l’armata francese ha sfidato gli ostacoli più difficili da sormontare. La vittoria, in accordo con la giustizia, ha coronato i suoi sforzi. I resti dell’esercito nemico si sono ritirati al di là del Mincio. L’armata francese passa, per inseguirli, sui territori della repubblica di Venezia, ma non dimenticherà che una lunga amicizia unisce le due repubbliche. La religione, il governo, gli usi, le proprietà saranno rispettati. I suoi popoli non siano inquieti: la più severa disciplina sarà mantenuta; tutto quello che sarà fornito all’armata sarà pagato puntualmente in moneta.

Fedele nella strada dell’onore come in quella della vittoria, il soldato francese è terribile soltanto per i nemici della sua libertà e del suo governo».

Saranno invece gli austriaci a violare la neutralità di Venezia, forzando le porte della fortezza di Peschiera. Il piano del generale austriaco Beaulieu era infatti quello di fermare l’avanzata dei francesi sul Mincio: l’ala destra dell’esercito, comandata dal generale Liptay, venne posizionata nei pressi di Peschiera, il centro a Valeggio e Borgetto, dove sistemò la divisione Pittoni. Colli era posizionato invece a Goito, rinforzato dalla guarnigione di Mantova; la sua riserva, forte di 15.000 uomini e agli ordini di Melas, si accampò a Villafranca per potersi portare sul punto in cui i francesi avrebbero sferrato il proprio attacco.

Napoleone dispose la sinistra a Desenzano, il centro a Montechiaro e la destra a Castiglione delle Stiviere.

Il 30 maggio l’avanguardia francese, dopo aver ingannato il nemico con diversi movimenti per far credere che avrebbe passato il Mincio a Peschiera, sfociò su Borghetto e vi trovò 3000 uomini della cavalleria austriaca e napoletana nella pianura e 4000 uomini della fanteria asserragliati sui rilievi di Valeggio.

Beaulieu venne respinto a nord sopra l’Adige, con metà delle truppe. Il resto degli austriaci andò invece a rinforzare la guarnigione di Mantova.

Napoleone a questo punto decise di posticipare ancora l’assedio di Mantova concentrando invece i propri sforzi intorno a Verona che, al pari di Peschiera, apparteneva alla repubblica di Venezia.

Al provveditore Foscarelli, inviato veneziano, Napoleone giustificò le proprie azioni accusando i veneziani di non aver rispettato la neutralità, favorendo gli interessi dell’Austria.

«Credo che Masséna vi sia già arrivato e che Verona bruci». Così Napoleone risponde alla supplica di Foscarelli di risparmiare Verona, la quale in verità non era ancora caduta, ma ciò bastò a persuadere il veneziano a correre nella città minacciata e farla arrendere prima dello scadere dell’ultimatum fissato da Bonaparte.

Il 3 giungo Masséna prese la città; l’obiettivo era così stato raggiunto. La bandiera tricolore sventolava sugli sbocchi del Tirolo.

Rimaneva a questo punto la sola Mantova, e Napoleone pensava di poterla conquistare prima che arrivassero i rinforzi austriaci, ma «quanti scontri, quali eventi, quali pericoli si dovevano ancora superare!».

Alessandro Ballarini

Fonti
Carlo Capra, L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia: 1796-1815, Torino 1978.
Georges Lefebvre, Napoleone, Roma-Bari 1991.
Jean Tulard, Napoleone e il grande impero, Milano, 1985.
Vittorio Criscuolo, Napoleone, Bologna 1998.
Bonaparte, Memorie della campagna d’Italia, Roma 2012.

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