L’Armata del Reno nell’anno 1794

L’Armata del Reno nell’anno 1794

Antoine Marie Lavelette, dopo avere servito come ufficiale di stato maggiore agli ordini del generale Adam-Philippe de Custine nell’Armata del Reno, viene richiamato a Parigi nel 1794 con il ruolo di aiutante di campo del generale d’Hilliers nella prima divisone militare della capitale. Lascerà l’Armata del Reno senza farvi più ritorno ma portando con sé il ricordo di uomini valorosi, di generali amati e rispettati dai soldati. Generali del calibro dell’alsaziano Jean-Baptiste Kléber, veterano delle guerre in Vandea e sul Reno che troverà la morte nel 1800 nelle lontane piane dell’Egitto dove Napoleone gli aveva ceduto il comando dell’armata nel momento del suo ritorno in Francia; o del prode generale Louis Charles Antoine Desaix, di nobili natali che purtuttavia riuscì a conquistare la devozione dei suoi sottoposti con la sua condotta retta e coraggiosa, morirà a Marengo, il 14 giugno 1800 lo stesso giorno del suo antico compagno d’armi Kléber. Questi se avessero avuto una vita più lunga sarebbero certamente entrati nel novero dei Marescialli dell’Impero così come lo fu il generale Gouvion-Saint-Cyr soprannominato “Il gufo” dai suoi soldati per il suo carattere taciturno che servirà dopo le guerre rivoluzionarie nelle armate napoleoniche, dove otterrà il bastone di Maresciallo nel 1812 per la sua brillante condotta nella battaglia di Polack, nella quale aveva preso il comando del 2° corpo d’armata dopo il ferimento del Maresciallo Oudinot. Di seguito riportiamo un estratto dalle memorie di Lavalette, il quale ci lascia una vivida descrizione dell’Armée du Rhin e dei più valorosi uomini che la componevano.


l'armata del Reno nell'anno 1794Riunione dello stato maggiore del generale Custine nei pressi di Wissembourg, 1793


Questa armata non era la prima per la sua importanza, né per le sue intraprese. Incaricata dalla sua posizione di coprire l’Alsazia, di difendere la parte del Palatinato che essa avea conquistata, ella vi riescì con successi alcune volte disputati ma definitivamente sempre felici; ella rese un grande servigio alla Francia, giacché il nemico agognava a questa parte delle sue frontiere che non avrebbe dipoi mai restituite. La Lorena fu la culla della famiglia imperiale [Asburgo-Lorena], ed i Tedeschi riguardavano l’Alsazia come una porzione staccata del territorio germanico, la di cui riunione alla madre patria verrebbe di molto vantaggio ed onore per loro; la stessa lingua, le stesse usanze, la stessa credenza e soprattutto il vivissimo desiderio di indebolire la Francia e di poterla attaccare nel cuore. L’armata del Reno ebbe comune colle altre armate di questo tempo il vantaggio, unico nella storia, d’essere comandata da generali ed ufficiali usciti quasi tutti dalle sue file, e che in essa avevano avuto la loro istruzione. Tra i più abili sono Kléber, Desaix e Saint-Cyr.

Kléber era nato a Strasburgo; avea servito avanti la rivoluzione nell’armate austriache; venne all’armata del Reno come capo di un battaglione di volontari dell’alto Reno. Era uomo di gigantesca e robusta statura che richiamava alla memoria gli eroi d’Omero; la sua voce era forte ed imperiosa; alla vista del pericolo la sua anima esaltavasi ed infiammavasi; istrutto in tutti i rami della scienza militare, egli non era dotato di quell’audacia d’esecuzione che distinse tanti altri generali, ma univa a tutta la prudenza formata da una lunga pratica, le risorse che sa procurarsi un uomo di sangue freddo ed imperturbabile e d’una perspicacia rapida e sicura. Kléber è forse il solo tra i generali del quale i soldati abbiano conservato la più affettuosa memoria; egli gli amava come suoi figli, occupavasi senza posa dei loro bisogni e li rendeva allegri in mezzo ai pericoli con facezie brillanti, l’originalità delle quali era ancor più sentita nell’aspro accento della lingua del suo paese nativo.

Desaix, nato nell’Alvergna, serviva già da alcuni anni come officiale nel reggimento di Bretagna. La sua statura era elevata e singolare il suo aspetto; bellissimi occhi neri pieni di fuoco, le labbra sottili, ed abitualmente disgiunte, lasciavano vedere denti di grande bianchezza; i suoi capegli lisci e neri come l’ebano cadevano dattorno al suo viso fortemente colorato; il suo portamento era alquanto imbarazzato, ma senza ricercatezza, ed annunziava la timidità e la nessuna pratica del mondo; rassomigliava ad un selvaggio dell’Orenoco che fosse stato vestito alla francese. Ma ben presto accostumavasi alla sua compagnia; la sua voce era dolce, e quando si fosse giunti a fargli perdere la sua abituale riserva, allettava colla varietà delle sue istruzioni e colla semplicità de’ suoi modi; non avea alcuno dei difetti comuni all’uomo accostumato alla vita del campo; non l’ho mai sentito pronunciare una parola grossolana: un motto indecente lo faceva arrossire. Siccome egli era di una bontà schietta ed inalterabile, il suo stato maggiore menava una vita di piacere e le belle giovani del Palatinato fermavansi soventi volte al suo quartier generale; sorrideva a tutti i divertimenti senza esserne a parte, ma coll’indulgenza di un padre che chiude gli occhi sulle storditezze de’ suoi figli. Mi ricordo di non averlo veduto una sola volta vestito dell’uniforme del suo grado; portava abitualmente un abito di color bleu senza ricami, le di cui maniche erano sì corte, che noi molte volte scherzando di cevamo che gli avea servito alla sua prima comunione. Spesse volte montava a cavallo senza spada, allorché andava alla visita dei posti. Una notte, avendo ordinato l’attacco del convento di Marienborn, presso di Magonza, che era fortemente difeso dal nemico, si ritrovò senz’armi in mezzo ad un distaccamento d’infanteria sorpreso, e che combatteva alla baionetta in un vigneto. Desaix s’accorge che non ha spada, strappa un troncone e continua a battersi come se avesse avuto nelle mani la spada d’Orlando. Savary, che era in allora suo aiutante di campo, si gettò davanti a lui in tempo di salvargli la vita, uccidendo un granatiere ungarese che stava per passargli il corpo colla baionetta.

Non devesi dimenticare il generale Saint-Cyr […]. Egli era giunto all’armata come semplice capitano in un corpo franco formatosi a Parigi nel terribile mese di settembre del 1792; questa truppa composta di cattivi soggetti parigini, che è tutto dire, vantavasi altamente nel viaggio che andava a rendere repubblicana l’armata del Reno: noi non eravamo né de predatori, né millantatori. Ella commise eccessi tali che il generale Custines la fece circondare dalla sua cavalleria e vergognosamente disarmare e congedare, Saint-Cyr si trovò senza impiego. Egli avea visitato nella sua prima gioventù, come artista, l’Italia e la Grecia, e disegnava con facilità. Un giorno era occupato, presso Magonza, a fare uno schizzo della posizione di Oekheim, allorché il generale Custines, la cui vista era acutissima, lo scorse da lungi, si precipitò sopra lui con tutta rapidità, e vedendolo coperto da un’uniforme che egli detestava, gli dimandò con collera che cosa faceva, e gli strappò il disegno dalle mani; ma avendo ritrovata esattamente delineata la posizione, lo interroga, sembra soddisfatto delle sue risposte e lo nomina uffiziale dello stato maggiore generale. Passati alcuni mesi l’azzardo lo favorì assai di più. Noi eravamo stati respinti nelle gole d’Annweiller; i commissari della convenzione non vedendo che tradimento in ogni luogo, non sapevano più a qual persona confidare il comando delle truppe: Saint-Cyr attraversava la strada, sotto le finestre del quartier generale; un ufficiale lo indicò ai commissari come un uomo sul quale potevasi contare; fu invitato a salire, e dopo alcuni discorsi gli fu proposto di partire con duemila uomini ad attaccare il nemico. […] Saint-Cyr battè il nemico, fece alcune centinaia di prigionieri, e riprese la posizione. Tre mesi dopo era generale di divisione; comandò costantemente il centro dell’armata della quale era detto il sostegno.

In seguito a questi celebri generali veniva una folla di giovani uffiziali che hanno tutti acquistato una gloria perrenne: Saint-Suzanne, Guyot, Boursier, Bellavesne, Férino, Haxo, Dode, Nempde, Clémencel, Fririon, d’Astret, e tu, o sfortunato Lahorie, così distinto per una fermezza d’animo che non fu indebolita da dieci anni di disgrazie, e che sorridendo ricevesti la morte; addio voi tutti miei capi, miei amici campioni; ah perché non mi è dato circondare il nome vostro di tutto lo splendore dei vostri brillanti fatti d’arme! voi contribuiste potentemente alla salvezza della Francia; avreste voi in allora mai pensato che sarebbe venuto un giorno nel quale vi si punirebbe coll’obblio o colla persecuzione? – Con tali capi amici dei soldati, la maggior parte de quali aveano comandato come semplici uffiziali, la disciplina era esatta ma dolce; ciascuno amava il suo mestiere e ben lo conosceva; aveano ignote le basse gelosie, gli odii, le delazioni. Il generale più anziano avea appena trent’anni, e siccome la rivoluzione gli avea ritrovati in uno stato mediocre, in quell’epoca della vita nella quale la mollezza e tutte le abitudini della corruzione restano ordinariamente senza influenza, tutti non aspiravano che alla gloria, e non la credevano bella se non era circondata da pericoli.

Memorie e rimembranze del conte Lavalette,
Milano, Tipografia Pirotta 1840

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