Mantova e Milano nelle operazioni del generale Bonaparte

Mantova e Milano nelle operazioni del generale Bonaparte

I tumulti antisemiti che si verificarono a Mantova nell’aprile del 1792 erano chiara manifestazione del fallimento della politica seguita da Giuseppe II. Ma già altri avvenimenti muovevano il corso della storia e tutte le antiche strutture della società mantovana sarebbero state definitivamente abbattute dalla forza della Rivoluzione francese.
Il 12 ventoso anno IV (2 marzo 1796) il giovane generale Napoleone Bonaparte assumeva il comando della Armée d’Italie in sostituzione del generale Schérer.
Il piano stabilito da Lazare Carnot, tornato a dirigere la guerra come membro del Direttorio, prevedeva una grande offensiva principale in Germania con l’Armata di Sambre e Mosa del generale Jourdan e l’Armata del Reno e Mosella passata al comando del generale Jean Victor Moreau dopo la destituzione dell’infido e mediocre generale Pichegru. Le due armate avrebbero operato separatamente in direzione di Vienna, mentre l’Armata d’Italia, molto più debole, doveva limitarsi ad un’offensiva locale per attirare una parte delle forze nemiche.


L'entrata di Napoleone a Milano di Joseph Louis Hippolyte BellangéL’entrata di Napoleone a Milano


Ma Napoleone aveva un piano del tutto diverso: egli voleva risolvere tutto in Italia, partendo dalla conquista del Piemonte. Lo aveva previsto già nel 1793, con il piano mandato al Direttorio quando era comandante di artiglieria dell’Armata d’Italia.
Le sue idee erano fin troppo chiare: occupazione del Piemonte, distruzione del suo esercito, conquista delle sue fortezze e, come coronamento, l’attacco all’Austria in Lombardia e la marcia su Vienna.
Napoleone assunse il comando effettivo il 27 marzo 1796, trovando l’armata in uno stato deplorevole; vide intorno a sé soldati laceri, affamati, demoralizzati, infiltrati da agenti realisti. Poco più di trentamila soldati e trenta pezzi di cannone contro la possente armata austro-sarda con ottantamila uomini e duecento cannoni.
Ma dalla sua parte vi erano l’entusiasmo, la giovinezza, la fiamma della Rivoluzione.
Napoleone sapeva infondere lo spirito intrepido nella sua armata che, fin da subito, matura quell’amore che in seguito diverrà fanatismo, devozione cieca e totale.

«Soldati,
voi siete nudi, mal nutriti. Il governo vi deve molto, esso non può darvi nulla. La vostra pazienza, il coraggio che mostrate in mezzo a queste rocce, sono ammirevoli. Ma non vi procurano alcuna gloria, nessun brillio ricade su di voi.
Io voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo. Ricche province, grandi città saranno in vostro potere; voi vi troverete onore, gloria e ricchezze. Soldati d’Italia! Mancherete voi di coraggio o di costanza

Napoleone pronunciò queste parole con voce ferma e ispirata il 27 marzo 1796 presso il quartier generale di Nizza. Esse risuonarono elettriche per la giovane armata, sbalordita da quel linguaggio da Cesare.
Stendhal scriverà che il generale Bonaparte rinnovava i fasti di Alessandro e di Cesare. Ma il paragone fra Napoleone e Cesare, fra Napoleone e Alessandro non fu certo un’invenzione di Stendhal: era corso subito nella letteratura encomiastica ed adulatoria che accompagnò i primi clamorosi successi del Bonaparte. Le radici di questa esaltazione si possono ritrovare negli stessi richiami ai grandi eventi e ai grandi personaggi dell’antichità di cui abilmente intesseva i suoi proclami.
Proclami che divennero ben presto letteratura: di quello rivolto all’armata il 26 aprile 1796, dopo le prime vittorie in Piemonte contro l’esercito austro-sardo, Stendhal ha inserito interi brani nel suo romanzo “La Chartreuse de Parme”.

«Soldati, in quindici giorni avete riportato sei vittorie, preso ventun bandiere, cinquantacinque pezzi di artiglieria, parecchie fortezze, resa vostra la parte più ricca del Piemonte[…] Privi di tutto, a tutto avete supplito. Vinceste battaglie senza cannoni, passaste fiumi senza ponti, compieste marce forzate senza scarpe, bivaccaste senza acquavite e spesso senza pane. Solo le falangi repubblicane, solo i soldati della libertà eran capaci di soffrire ciò che voi avete sofferto. Grazie ve ne sian rese, soldati![…]
Le due armate che poco fa vi attaccavano con audacia, fuggono spaventate davanti a voi. Gli uomini perversi che ridevano della vostra miseria e si rallegravano nel loro pensiero dei trionfi dei vostri nemici, sono confusi e tremanti. Ma, soldati, non bisogna dissimularvelo, voi non avete fatto nulla, perché vi resta da fare. Non avete né Torino né Milano: le ceneri dei vincitori di Tarquinio sono ancora calpestate dagli assassini di Bassville
».

Come si può notare, questo richiamo alla necessità di vendicare l’uccisione di Bassville conteneva pure l’elogio di Roma repubblicana che aveva abbattuto la monarchia etrusca, ma serviva anche da premessa per esortare i soldati a sconfiggere i tiranni, ad «umiliare i re orgogliosi che osavano prepararci dei ceppi».
Seguiva poi un severo ammonimento ai suoi uomini a rispettare i popoli liberati, a reprimere i saccheggi:

«Ma c’è una condizione che bisogna che voi giuriate di adempiere. È di rispettare i popoli che liberate. È di reprimere i saccheggi orribili ai quali si abbandonano degli scellerati suscitati dai vostri nemici. Senza questo, voi non sareste i liberatori dei popoli, voi ne sareste i flagelli».

Poi l’appello finale:

«Popoli dell’Italia! L’armata francese viene per rompere le vostre catene. Il popolo francese è l’amico di tutti i popoli. Venite con fiducia verso le nostre bandiere: le vostre proprietà, la vostra religione e i vostri usi saranno religiosamente rispettati. Noi faremo la guerra da nemici generosi e ce l’abbiamo solo con i tiranni che vi asserviscono».

Tutto avvenne in un tempo incredibilmente breve. Il 26 marzo Napoleone era arrivato a Nizza e aveva annunciato al Direttorio di avere assunto il comando di un’armata miserabile e indisciplinata. Il 28 aprile, in seguito alle vittorie di Montenotte, Millesimo, Dego e di Mondovì, il Piemonte capitolava e Bonaparte era già in grado di minacciare, da generale e da politico consumato, la casa d’Austria in Germania.
A questo punto della campagna, Mantova era la chiave d’Italia. L’Austria non poteva permettersi di perdere quella fortezza, baluardo del dispositivo dell’Italia Settentrionale.
Con soli trentamila francesi il condottiero aveva tolto il Piemonte a ottantamila coalizzati. L’armata nemica adesso era ridotta dei due terzi, avendo solo ventiseimila combattenti.
Tra il 7 e l’8 maggio l’armata francese varcò il fiume Po:

«Abbiamo passato il Po. La seconda campagna è cominciata».

Così scriveva Napoleone dal nuovo quartier generale di Piacenza al direttorio.
Il giorno seguente iniziò la marcia in direzione di Lodi, caduta la quale la strada per Milano prima e Mantova poi, sarebbe definitivamente aperta.
La più grande descrizione della battaglia di Lodi è quella dello scrittore russo Sergeevič Merežkovskij:

«Bonaparte marciava su Milano. Per arrivarci era inutile passare l’Adda sul ponte di Lodi o in ogni caso pareva non lo si potesse fare giocando: diecimila baionette austriache difendevano il ponte con trenta cannoni. Ma Bonaparte sapeva quel che faceva. Egli dispose i suoi granatieri in due colonne; ne nascose una in agguato, spinse l’altra sul ponte. Arrivati correndo fino alla metà del ponte sotto un fuoco micidiale, i primi si fermarono, sembrava rinculassero. Anche il cuore di Bonaparte si fermò, tramortito, come quello d’un giocatore il quale arrischia troppo sopra una carta. Ma fu un attimo solo tra due battiti: esso di nuovo si rianimò sotto un impeto di gioia. La testa della colonna venne di molto assottigliata, ma non indietreggiò. Gli uomini scivolarono giù per i pilastri del ponte nel fiume, trovarono il guado, salirono sulla riva e si sparsero per il campo come una fila di bersaglieri fingendo di voler aggirare la linea austriaca dal retro e attirando sopra di sé il fuoco delle batterie. Nello stesso tempo la seconda colonna lanciata dall’agguato sul ponte, corse in avanti impetuosamente e prima che gli austriaci avessero il tempo di ripigliarsi i francesi, attaccando alla baionetta, s’impadronivano della batteria e il ponte fu varcato.
Tutto così semplice che anche un bimbo lo capirebbe; gli uomini pure capirono
».

Era il 10 maggio 1796, una pietra miliare nella storia del piccolo generale; cinque giorni dopo Napoleone entrò a Milano in trionfo.
La folla dei milanesi si meravigliò vedendo divise misere, cavalli sfiniti, soldati esausti, e quel piccolo uomo magro sul modesto cavallo bianco, e dietro lui i volti stanchi dei suoi generali. Alcuni manifestanti portavano la coccarda al petto e numerosi apparivano gli sventolii dei tricolori; c’era però chi considerava i francesi come un nuovo padrone che si sostituiva al vecchio: mutava soltanto la nazionalità.
Napoleone stesso, nel vantarsi della conquista con il Direttorio, esclamava:

«Ora la Lombardia è francese!».

E parlando ai milanesi, aggiungeva:

«In nome della Repubblica Francese prendo possesso di questa città. Ognuno potrà riconoscere il suo Dio, praticare il culto che la coscienza gli ispira, senza timore di non vedersi rispettato[…]
Noi siamo amici dei popoli che discendono dai Bruti, dagli Scipioni, e che abbiamo preso a nostri modelli. Rialzare il Campidoglio, ricollocarvi con onore le statue degli eroi, risvegliare il popolo romano intorpidito da secoli di schiavitù: questo sarà il frutto delle nostre vittorie[…]
Ora siete liberi. Milano è la capitale della nuova Repubblica».

Alessandro Ballarini

Bibliografia
Antonio Spinosa, Napoleone il flagello d’Italia, Mondadori, Milano, 2003.
Georges Lefebvre, Napoleone, Laterza, Bari, 1999.
Napoleone Bonaparte, Memorie della campagna d’Italia, Donzelli, Roma 2012.
Stendhal, La chartreuse de Parme, in Romans et nouvelles, Tome II, Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1960.

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