Mantova nell’età delle riforme

Mantova nell’età delle riforme

L’azione riformatrice a Mantova, come nel resto della Lombardia e dell’impero asburgico, fu inaugurata dall’imperatrice Maria Teresa, preoccupata innanzi tutto della pessima situazione delle finanze.
Come abbiamo già avuto modo di analizzare, al 1750 circa restava all’Austria un’area non molto vasta, una sorta di striscia larga una cinquantina di chilometri, che si estendeva dal Ticino all’Adda, al di là del quale si trovava già il territorio bergamasco, dominato dalla Repubblica di Venezia. Più a sud-est, però, la Lombardia austriaca si estendeva ulteriormente in direzione di Mantova: nel complesso l’intero territorio comprendeva circa 1.200.000 abitanti.


conte-antonio-greppiConte Antonio Greppi


Le devastazioni provocate dalle guerre, unite alle necessità finanziarie della monarchia, avevano gettato la popolazione delle campagne e del capoluogo in una situazione di grave crisi economica. In questo clima difficile, qualsiasi progetto di riorganizzazione e razionalizzazione dell’amministrazione risultò per anni di difficile attuazione. Basti ricordare, a titolo di esempio, il più ambizioso progetto intrapreso dalla monarchia asburgica nel 1718, ovvero quello di un nuovo catasto capace di censire con precisione le proprietà fondiarie.
Tale progetto fu abbandonato nel 1733; del resto i programmi riformatori non erano per nulla graditi alla nobiltà lombarda, schierata in prevalenza su posizioni conservatrici.

Scriveva così, ad esempio, nel 1730 il conte Gabriele Verri, padre di Pietro: a suo giudizio, «tutte le cose nuove quando sono universali debbono sempre temersi, dimostrando la sperienza quanto pericoloso, anzi fatale sia al ben pubblico il sovvertimento delle consuetudini antiche, singolarmente nelle collette e ne’ tributi».
In altri scritti, Gabriele Verri insisteva su altri principi, che finivano per puntellare la sua preoccupazione per la conservazione degli usi tradizionali: l’ampia autonomia decisionale che i governi centrali dei diversi imperi avevano lasciato alle autorità lombarde e il rispetto dei privilegi della nobiltà e del clero. Solo tenendo conto di queste resistenze di base si può comprendere la radicalità e l’importanza del nuovo riformismo che caratterizzerà la seconda metà del secolo (tra il 1744 e il 1786), movimento di innovazione che sarà promosso da Vienna ma che troverà favorevole accoglienza in una nuova generazione di intellettuali.

La prima fase di questo nuovo processo riformatore ebbe come protagonista il conte Gian Luca Pallavicini che dal 29 novembre 1742 aveva ricoperto per un breve periodo la carica di vice-governatore del Ducato di Mantova. Nominato in seguito delegato regio, e poi ministro delle Finanze e infine governatore della Lombardia austriaca, iniziò le riforme dal campo della pubblica amministrazione.
Innanzitutto il 15 marzo 1750 «ritenend’unicamente l’unione governativa» veniva accordata a Mantova “la restituzione de’ propri Tribunali, tanto per l’amministrazione della giustizia, secondo le proprie leggi e consuetudini, anche in grado supremo, quanto per la direzione delle materie camerali e civiche, mediante ancora l’Istituzione del Corpo Pubblico».
In esecuzione dell’editto del 15 marzo venne successivamente riaperto nell’antica sede del Senato il nuovo Consiglio di Giustizia e insediato il ripristinato Maestrato Camerale.

Il 3 aprile 1750 si riuniva per la prima volta in una sala del palazzo ducale la Congregazione Civica di Reggenza, un corpo costituito da un Consiglio generale e da un Consiglio di Reggenza; il primo era formato da sessanta “decurioni”, scelti dal governo di Milano ed appartenenti in parti eguali alla nobiltà, alla classe dei giuristi e a quella dei possidenti e dei mercanti, mentre il secondo era costituito da nove membri, tre per ciascuna delle dette classi. A capo della Congregazione il governo di Milano poneva il senatore Don Ippolito Lanzoni, membro del Consiglio di Giustizia.

Il territorio mantovano venne diviso in diciannove circoscrizioni amministrative, a capo di ciascuna delle quali vi era un “pretore”; otto di esse, e precisamente quelle di Viadana, Ostiglia, Revere, Gazzuolo, Canneto, Sermide, Redondesco e Castelgoffredo, comportavano l’esercizio di mero e misto imperio, mentre le altre erano soltanto di limitata giurisdizione. A completamento di queste innovazioni, nel luglio dello stesso anno venne inviato a Mantova il nuovo vice-governatore del ducato, il conte Beltrame Cristiani.

Accanto alla riorganizzazione amministrativa del Mantovano si andava nello stesso tempo preparando da parte del governo di Milano una riorganizzazione finanziaria dei domini austriaci: si riteneva indispensabile un nuovo censimento per accertare le rendite dei terreni e verificare la corrispondenza o meno dei carichi loro imposti.

Il progetto si rivelò sin da subito di difficile attuazione. Già il Maestro Camerale aveva definito tale progetto «cosa affatto fuori dalla opportunità», essendo il territorio in condizioni di grave miseria per lo squallore delle campagne e per le gravi contribuzioni sopportate dagli abitanti.

Gli inadeguati procedimenti di controllo dei dati catastali, così come non permettevano di delineare un quadro sufficientemente chiaro della situazione delle campagne mantovane, non potevano che apportare un modestissimo aumento alle entrate del fisco. I grandi proprietari terrieri, cioè gli appartenenti alla nobiltà cittadina d’origine gonzaghesca, mantenevano inalterate le proprie posizioni di assoluta preminenza nella vita del paese, e nemmeno l’istituzione della Congregazione Civica poteva costituire una minaccia seria a tale preminenza. Che cosa potevano infatti rappresentare i venti decurioni scelti dal corpo dei cittadini e dei mercanti in una provincia priva di attività industriali e con un debole commercio, se non gente legata da più o meno evidenti interessi alla nobiltà dominante?

E quella stessa nobiltà provvedeva abilmente a cautelarsi contro ogni possibile novità schierando fra i giuristi quelli, tra i suoi membri, che potevano averne titolo; poteva così avvenire che i nobili si ritrovassero ad avere la maggioranza nel Consiglio di Reggenza, i cui membri erano si scelti dal sovrano, ma sulla base delle proposte avanzate dai tre ordini del Consiglio generale dei decurioni.
Purtroppo la nobiltà mantovana non presentava particolari figure di rilievo, uomini capaci per esperienza e per dottrina di farsi promotori in patria di quelle riforme che già si andavano attuando altrove sotto il segno dell’illuminismo.

Il fallimentare censimento del 1750 indusse il Pallavicini ad adottare ulteriori misure per aumentare le entrate del mantovano, come ad esempio la “ferma generale” del 1761. Si trattava di una concessione di tutti gli appalti dei dazi e delle privative più rilevanti ad una sola ditta, la Greppi, la quale non aveva legami con Mantova e inoltre godeva della fiducia della casa imperiale. Ottenuto l’appalto della “Ferma Generale” (all’età di soli 27 anni), il conte Antonio Greppi costituì una società per la riscossione delle tasse il 5 maggio 1750, negoziando con lo stato asburgico che un terzo degli utili ricavati dalla tassazione sarebbero passati alla sua famiglia, ed egli in cambio si impegnava a fare un prestito di due milioni di fiorini al governo austriaco a Milano per ripagare le spese dei vecchi debiti accumulati. Lo spirito del Greppi e soprattutto il suo interesse nel cospicuo affare andavano nella direzione di aiutare lo stato a combattere le frodi fiscali aumentando il gettito e, nel contempo, di consentire ad Antonio di tutelare il proprio patrimonio e la conduzione delle aziende di famiglia.

Uno stuolo di agenti dell’impresa esercitava un’attenta vigilanza dei confini, dilagava nelle campagne, perlustrava ogni singolo angolo del territorio, provvedeva all’esazione di tutti i dazi, anche di quelli ormai dimenticati perché da lungo tempo non più riscossi, ricorrendo in molti casi alla forza. Il risultato dei primi mesi di attività della Ferma Generale era preoccupante: gravi incidenti si verificarono in diversi paesi e nell’ottobre del 1761 scoppiarono addirittura delle rivolte presso Cicognara e Cogozzo, per stroncare le quali l’autorità fu costretta ad inviare un corpo di cavalleria.

Il contratto di riscossione con il Greppi venne riconfermato nel 1764 e rimase in vigore sino all’assesto del bilancio del 1770 quando l’imperatore decise di sciogliere la società formatasi e di affidare la riscossione direttamente allo stato.
La Ferma Generale, nonostante il suo fallimento, era stata di grande utilità poiché aveva ulteriormente dimostrato l’impossibilità di un qualunque miglioramento delle condizioni delle campagne: gli abitanti erano costantemente oppressi da una serie di gravami e di vincoli che, mortificando la loro condizione, impedivano loro ogni iniziativa.

Alessandro Ballarini

Fonti
CARPANETTO, G. RICUPERATI, L’Italia del Settecento. Crisi, trasformazioni, lumi, Laterza, Bari 1986, pp. 294-299.
ARRIVABENE, Compendio cronologico-critico della storia di Mantova dalla sua fondazione fino ai nostri tempi, Mantova 1838, p.183.
VIVANTI, La sommossa di Cicognara del 1761 contro l’introduzione della ferma, in Bollettino Storico Mantovano, n. 5-6, gennaio-giugno 1957, pp. 141-153.

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