Prosperi, l’educazione nei gesuiti

Prosperi: la giovinezza tra Lucca, Roma e il Piemonte

Parte II

Prosperi, l’educazione nei gesuiti

Negli anni di studio a Roma Prosperi conobbe Carlo Emanuele di Savoia, che da gesuita visse in un appartamento separato, con un piccolo seguito. Ce lo ricorda lo stesso Gioacchino Prosperi scrivendo:

«Avrei potuto farmi ricco corredo nel periodo d’un lustro intero, in cui sotto lo stesso tetto ebbi l’onore di trovarmi con S. M. il Re Carlo Emanuele IV, Suo fratello amatissimo [di Carlo Felice]».


roma-1800-prosperi-gesuitiRoma nel XIX secolo


Della sua formazione romana sappiamo pochissimo. È rimasta una lettera, spedita da Roma a Cesare Lucchesini il 17 agosto 1817 quando, dopo aver preso i voti nel 1815, seguiva, presumibilmente, un percorso accessorio di studio. Egli colse l’opportunità della lettera per riferire dell’uscita di un fratello lucchese dalla Compagnia. Scrisse infatti:

«In occasione che un nostro fratello lucchese, uscendo dalla Compagnia, fa ritorno in Patria, mi fo dovere d’inviarle queste poche righe. Quegli è un certo Giannecchini di Camaiore, già gesuita di due anni e mezzo il quale, per continue tentazioni avute, ha dovuto alla fine soccombere, ed abbandonare questo S. Istituto. Esso amava la solitudine, cosa troppo contraria al nostro genere di vita. Il dispiacere per la partenza di sì caro fratello è stato universale; l’edificazione che dava a tutti era molto particolare, e i superiori nel corso di questi tre anni non hanno avuto mai di che lagnarsi».

Padre Prosperi qui, di fatto, ci offre un esempio di descrizione del rigore esercitato dai gesuiti, di cui tanto si è dibattuto. Rigore, disciplina, emulazione. Questi i requisiti essenziali per seguire in modo esaustivo le regole dell’Ordine. Non possiamo mai dimenticare, parlando delle modalità didattiche dei gesuiti, che il fine ultimo restava per loro quello religioso; o, meglio ancora, la difesa dei valori cattolici rispetto all’etica protestante, intrapresa sin dalle origini: obbedire rappresentava il modo migliore per avvicinarsi a Dio ed ai suoi precetti. Le stesse punizioni rientravano nella medesima ottica. Inquadrandole nelle consuetudini dell’epoca, a partire dal fondatore S. Ignazio, che le ammise solo per gli scolari di minore età, la disciplina gesuitica non fu molto più rigida rispetto ad altri ordini o contesti educativi del periodo.
Nella lettera citata il religioso lucchese accenna inoltre a padre Panizzoni, di cui ci parla Massimo d’Azeglio ne I miei ricordi. Un fratello del citato Massimo, Luigi Taparelli (così si fece chiamare per celare il suo vero nome, Prospero d’Azeglio, e non mettere in imbarazzo i più conosciuti Massimo e Roberto, noti liberali), entrò anch’egli nel noviziato romano di S. Andrea al Quirinale, nel novembre 1814, a ventuno anni. Dunque fu non solo coetaneo di padre Prosperi, ma con lui studente. In Sant’Andrea al Quirinale, nelle prime settimane fra il 1814 ed il 1815 entrarono 88 novizi, di cui 21 già sacerdoti, 22 scolastici (studenti) e 45 coadiutori (fratelli laici).
Per fornirci una nota di colore di quello che doveva essere il clima dentro quella casa ci viene incontro Massimo d’Azeglio quando, nella sua opera citata, descrive in modo giocoso l’ingresso del fratello tra le mura dell’Istituto. Il vecchio padre Panizzoni, ottantacinquenne e con la vista limitata, confuse Massimo con il fratello Luigi, e si precipitò affettuosamente verso di lui, che non aveva mai pensato a farsi gesuita, e quei giorni aveva un po’ goduto la vita a Roma.
Il clima affettuoso che se ne ricava è riconosciuto anche dai più severi critici dei gesuiti, che hanno sempre ammesso l’abituale fraterna amorevolezza con la quale gli esponenti dell’Ordine erano soliti trattare gli allievi. Circa l’iter degli studi intrapresi da padre Prosperi, è corretto rilevare che non ho rintracciato documenti precisi sul periodo formativo del religioso, per cui è possibile ipotizzare che egli non abbia seguito l’intero percorso previsto dall’Ordine per diventare padre professo, visti i lunghi tempi richiesti, che una lettera inviata da padre Prosperi a Cesare Lucchesini del 2 ottobre 1821, da Oleggio, sembra smentire sul piano temporale.
Il ristabilimento della Compagnia dopo la soppressione ( e relativa sua sopravvivenza in Russia, paese per eccellenza antirivoluzionario, durante la rivoluzione francese), con il suo molteplice significato, pastorale e, in parte, inevitabilmente politico, vide salire ai vertici della Compagnia dopo la sua ricostituzione quali assistente e generale rispettivamente Jean de Rozaven e Jan Roothaan, uomini formatisi in Russia. La Compagnia al tempo della Restaurazione, in Italia soprattutto, si legò ai sovrani assoluti forse in maniera più accentuata del periodo pre-rivoluzionario. Le direttive del generale Roothaan, nominato nel 1829 in sostituzione di Luigi Fortis, furono molto conservatrici. In particolare opposizione al romanticismo nelle idee e nello stile, nessuna lettura dei poeti italiani e romantici.

il-gesuita-jan-roothaanIl gesuita Jan Roothaan

Il 14 gennaio 1832 padre Roothaan scrisse al rettore di Modena Ubaldini:

«La scuola romantica è falsa per se stessa, ed è pessima pel suo fine. Il romanticismo è una setta irreligiosa e antimonarchica. Ha in bocca gli argomenti cristiani, ma per aver agio di mordere le più sante istituzioni della Chiesa Cattolica, e soprattutto la buona fede degli antichi e del papa. Tutti i litteratori che sono romantici sono anche liberali. I loro romanzi, le loro tragedie, le loro canzoni sono sempre là. Quanto allo stile poi, è troppo chiaro che più si allontana dai classici greci e latini, e più si allontana dal vero bello, e tende a guastare l’eloquenza. Dunque i nostri, per tutti i riguardi, ne devono stare lontani. Troppo mi sta a cuore che tal peste non si attacchi ai nostri giovani, che facilmente vengono presi da false bellezze, quando non si tengono a’ maestri del vero gusto, dico agli antichi classici».

Nel regno Sabaudo, in particolare, i gesuiti ebbero in quel periodo le cariche di prefetti o padri spirituali nelle scuole secondarie di Chambéry, di Novara e Nizza Marittima; gestirono le scuole pubbliche di latinità nella scuola del Carmine a Torino, dove ospitarono studenti di teologia, filosofia e lettere, e, sempre a Torino, diressero il Collegio universitario, detto anche delle province o di S. Francesco di Paola, che causò all’Ordine in seguito molte difficoltà.
L’ordine gesuita, considerato il baluardo dell’assolutismo, solo quando si chiuse un’epoca, nel 1848, venne espulso, per maggior sicurezza, da casa Savoia. Fino a quella data la condizione di dominio della Compagnia non subì modifiche. Alla fine del 1832, undici anni dopo il suo decesso, la salma di Joseph de Maistre, pilastro dell’ancien régime, venne traslata nella chiesa gesuitica dei Santi Martiri, a Torino. Sono gli anni antiliberali di Carlo Alberto e questo gesto esprime, ancor più dell’ingresso in noviziato di Carlo Emanuele IV, a cui, parlando di padre Prosperi a Roma, ho fatto cenno, i rapporti fra i gesuiti e casa Savoia. Solo dopo l’avvento di Pio IX infatti, nel nuovo contesto generale, in Piemonte si respirò un’aria diversa.

Elena Pierotti

Fonti:
Giacomo Martina, Storia della Compagnia di Gesù in Italia (1814-1983), Brescia, Morcelliana, 2003.
Gioacchino Prosperi, Ode in memoria di S.M. Carlo Felice pronunciata in Lanzo, Torino, Marietti, 1831.
Jan Roothaan, Epistulae, III, Romae 1940.

Biblioteca di Stato di Lucca, Manoscritto 1368, lettera di G. Prosperi. a C. Lucchesini, Roma, 15 agosto 1817.

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