Seimila cannonate su Oneglia

Ronco1. La conquista della città sabauda

Antonino Ronco, saggista prolifico, ha curato, sulle pagine de “Il Secolo XIX”, nel 1989, una serie di articoli in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese. La redazione di “Studi Napoleonici – Fonti Documenti Ricerche” ha deciso di pubblicarli sul sito, in modo di rendere finalmente accessibile ai lettori quel materiale, di indubbio interesse ma purtroppo difficilmente reperibile. 

Seimila cannonate su Oneglia
Violenze e ruberie, saccheggiate case e chiese

La Rivoluzione francese, di cui si festeggia quest’anno il secondo centenario, ebbe pesanti conseguenze anche per le popolazioni liguri coinvolte in invasioni, battaglie, carestie, epidemie: calamità legate in qualche modo alle iniziative del governo di Parigi fosse esso il Comitato di Salute pubblica, il Direttorio o il Consolato. Ma su nessuna delle città liguri piovvero tante sventure quante se ne abbatterono su Oneglia che nel giro di pochi anni, dal 1792 al 1794, sopportò bombardamenti, assedi, saccheggi, pestilenze con centinaia di vittime e terribili sofferenze. E proprio da Oneglia, città sabauda, ma in questo caso emblematica del calvario delle popolazioni nostrane nel tempo della Rivoluzione, intendiamo iniziare il nostro itinerario attraverso i paesi che, in un modo o nell’altro, furono coinvolti nelle drammatiche vicende degli ultimi anni del Settecento, da Ventimiglia alla Spezia.
I clamorosi fatti di Parigi apparivano ancora lontani e gli abitanti della Liguria fiduciosi nella protezione che sembrava garantire la neutralità della Repubblica di Genova, quando Oneglia si trovò a vivere la prima delle sue tragiche giornate.


OnegliaOneglia e il piano di operazioni


Alla fine di settembre del 1792 l’armata francese del generale d’Anselme aveva occupato Nizza e iniziata una sanguinosa campagna contro i piemontesi aggrappati ai monti dell’Authion e della valle Roia. Gli onegliesi, che come gli abitanti di Loano erano sudditi del re di Sardegna, furono scossi dalle notizie di quella guerra, colorite dal racconto dei profughi i quali spargevano il terrore riferendo che i giacobini uccidevano i preti, sgozzavano i bambini e distruggevano la religione. In conseguenza di questo stato di cose, quando il 17 ottobre una squadra navale francese si presentò davanti al porto sabaudo nessuno ebbe dubbi sulle intenzioni aggressive dei visitatori, né sulla sorte che aspettava i vinti. L’intenzione dell’ammiraglio Trouguet, che comandava la squadra, era infatti di tentare l’occupazione di Oneglia (e quindi di Loano) con un colpo di mano dal mare, evitando, in tal modo, di far passare truppe provenienti dal Nizzardo sul territorio della neutrale Repubblica di Genova.

Il comandante di Oneglia, cavalier Ricca di Castelvecchio, la cui guarnigione si riduceva a 30 veterani, avrebbe anche preso in considerazione l’ipotesi di una resa, ma la popolazione fu di diverso avviso. Un po’ perché fedeli al loro Re, un po’ perché terrorizzati dalle prospettive di una occupazione, gli onegliesi non ebbero esitazioni: chiusero le porte della città e corsero alle armi, chiedendo rinforzi ai paesi vicini, da dove però arrivarono soltanto 94 volontari di Pontedassio.

Nel frattempo dalla nave ammiraglia francese si era staccata una lancia con parecchi uomini che, poco dopo, sbarcarono sulla spiaggia di Borgo Peri, a levante della città. Dalle mura uscirono alcuni onegliesi, tra cui un prete, e mossero ad incontrarli. Stavano parlamentando quando, in seguito ad un equivoco sulle intenzioni dei francesi, partì un colpo di fucile che uccise il giovane Laulière, nipote dell’ammiraglio, o figlio di un alto ufficiale. Dopo il primo colpo anche dalle mura partirono fucilate e ci furono altre vittime.

Il grave attentato al diritto delle genti (i repubblicani erano disarmati e recavano bandiera bianca), scatenò una immediata rappresaglia. Per tre ore e mezza, decine di grossi cannoni navali rovesciarono sulla città 6000 colpi dei quali, per buona sorte, soltanto 600 caddero sulle case. E non basta: il giorno successivo l’ammiraglio francese sbarcò a Porto Maurizio e chiese la testa dei responsabili dell’aggressione. Non ottenendo soddisfazione (ordini da Torino avevano fatto rimettere in libertà i colpevoli) fece sbarcare mille uomini e ordinò il saccheggio della città.  Ci restano dettagliati racconti di questa spedizione punitiva: il giorno 24 ottobre i francesi piombarono nell’abitato, sfondarono le porte delle case, devastarono, rubarono e uccisero quanti non avevano potuto mettersi in salvo. Soprattutto le chiese furono prese di mira e, alla ricerca di oggetti d’oro, furono scoperchiati anche i sepolcri. Cinque giorni durò quel flagello e alla fine, lasciandosi alle spalle la città in fiamme, la squadra riprese il largo.

Dopo questa esperienza è comprensibile che gli onegliesi apprendessero con terrore, nell’aprile del 1794, che le truppe rivoluzionarie avevano varcato il confine di Ventimiglia e marciavano alla volta del Principato e di Loano.

Il corpo d’invasione – circa ventimila uomini – era al comando di Andrea Massena il quale aveva affidato alla divisione Mouret il compito di avanzare rapidamente lungo la costa e occupare Oneglia. Queste truppe raggiunsero il giorno 7 Porto Maurizio. I deputati in missione, Agostino Robespierre e Cristoforo Saliceti, erano convinti che Oneglia si sarebbe strenuamente difesa e pertanto avevano ordinato al giovane comandante dell’artiglieria, Generale di brigata Napoleone Bonaparte, di predisporre l’assedio della città con i cannoni da campagna di cui disponeva. Però, il giorno 8, avuta notizia che la guarnigione era uscita dalle mura avviandosi verso i monti, i deputati decisero di attaccare subito la fortezza sabauda. Non vennero sparate che poche fucilate, un solo soldato francese rimase ferito, poi la città si arrese.

Con i segni del bombardamento di due anni prima ancora evidenti, con gli abitanti fuggiti in massa, Oneglia appariva una città più che deserta, addirittura morta. Scrivendo al fratello Massimiliano, Agostino Robespierre segnalava che dal principato erano sfollate circa 40 mila persone, uomini, donne, bambini; molti già profughi del Nizzardo. Esodo senza speranza di ritorno, reso più amaro dall’ostilità dei paesi vicini: la stessa Repubblica di Genova aveva “generosamente” disposto che la sosta dei profughi sul suo territorio non potesse durare più di tre giorni, e solo in caso di vera necessità.

Ad amministrare le terre occupate “al di qua di Mentone”, cioè le terre sabaude e di vassalli del Re di Sardegna, non quelle genovesi ovviamente, fu destinato Filippo Buonarroti, un esule toscano diventato cittadino francese per meriti rivoluzionari acquisiti in Corsica. Buonarroti fu l’uomo più in vista di Oneglia occupata, aborrito dai fedelissimi del re, ma anche apprezzato da chi vedeva in lui l’espressione più schietta e onesta di quelle idee di giustizia, di eguaglianza, di fratellanza che formavano i principi per sè stessi accettabili, anzi immortali, della Rivoluzione. Buonarroti cercò di applicarli in Liguria, per la redenzione dei sanculotti nostrani: ma senza fortuna, come vedremo.

Antonino Ronco, Il Secolo XIX, 1989

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