VII – La disfatta della Grande Armée

VII – La disfatta della Grande Armée

La lunga marcia riprese a 28 gradi sotto lo zero in direzione di Orša (circa 120 chilometri a sud-ovest di Smolensk). Napoleone sapeva infatti che doveva prevenire i russi nell’occupare i passaggi sul Dniepr, e per questo motivo decise di abbandonare a se stessa la retroguardia di Ney, di cui peraltro non si avevano più notizie.
Il piano dei russi era organizzato in tre fasi: le forze ai lati dell’esercito francese sarebbero state respinte verso la linea di ritirata di Napoleone da Wittgenstein e Čičagov. Queste due armate poi si sarebbero riunite nei dintorni di Borisov e della Beresina per tagliare la strada a Napoleone, mentre Kutuzov sarebbe avanzato da sud e da est  per chiudere la trappola. Infine, ci sarebbe stato un attacco da parte di tutte le forze russe per distruggere definitivamente il nemico. I piani dello zar non erano però condivisi da Kutuzov, che dubitava persino della convenienza di una completa distruzione del nemico, cosa che avrebbe rafforzato l’Inghilterra. A ciò va aggiunto il timore che i russi avevano ancora nei confronti di Napoleone, e che fece rallentare le manovre a tutti i generali.
Il 20 novembre l’armata raggiunse Orša, ma si limitò a passare per la città dopo aver attraversato il Dnepr su un ponte di barche. La marcia riprese per Borisov, dove c’era un ponte sulla Beresina che l’imperatore credeva in mano ai russi.
Intanto la retroguardia, guidata da Ney, aveva passato il fiume a Varismi nella notte tra il 18 e il 19 novembre.


Bivacco notturno, ritiata di Russia 1812, La disfatta della Grande ArméeBivacco notturno, ritirata di Russia 1812


Nella notte tra il 24 e il 25 novembre il generale Edouard de Colbert, dopo una ricognizione, informò Napoleone che una parte delle truppe di Oudinot avevano ripreso Borisov ai distaccamenti russi di avanguardia. Il grosso delle truppe russe era ancora lontano. Napoleone avrebbe potuto avere il tempo di organizzare il passaggio sul fiume delle truppe di cui disponeva.
La sera del 25 novembre, l’imperatore andò a ispezionare il ponte di Borisov, sul quale aveva intenzione di passare. Era stato distrutto in tre punti; in alternativa si cercò allora un guado. Ce ne era uno a 20 chilometri a monte  di Borisov. Napoleone però decise di far costruire ai pontieri del genio e a quelli del generale Dode de la  Brŭlerie due ponti a Studienka: uno per la fanteria e uno per l’artiglieria, più a valle (inizialmente erano stati progettati tre ponti, ma lo scarso materiale a disposizione ne rese impossibile la realizzazione). Il 26 novembre erano già terminati.
Circa 8 mila soldati di Oudinot passarono subito dalla riva sinistra a quella destra, e misero in fuga i russi dell’avanguardia dell’armata di Cičagov. Il grosso delle truppe russe si trovava nei pressi di Borisov perché si riteneva che i francesi avrebbero attraversato la Beresina in quel punto, dal momento che Napoleone aveva ordinato una serie di azioni diversive per ingannare il nemico e attirarne l’attenzione su altri settori.
In serata giunse sulla riva sinistra quasi tutta l’armata; nella notte tra il 26 e il 27 alcuni ufficiali inviati da Napoleone consigliarono a numerosi soldati e civili di attraversare subito il ponte, perché l’indomani sarebbe passata la Guardia, e inoltre i russi avrebbero potuto attaccare. Ma ben pochi prestarono ascolto.
Il 27 novembre, la Guardia attraversò il ponte. Quando la folla la vide, tutti corsero verso i ponti e i più deboli, travolti da cavalli e vetture, caddero nell’acqua gelata e così morirono affogati. Nella notte, tra il 27 e il 28, il ponte restò libero; nonostante la superiorità numerica, fino ad ora i russi non avevano ancora attaccato.
Da un lato erano convinti che il clima fosse già sufficiente a stroncare l’armata; dall’altro senza dubbio continuavano a temere Napoleone.
Il 28 novembre, però, iniziarono i combattimenti tra l’artiglieria di Cičagov e le truppe di Oudinot e di Ney; sulla riva sinistra i soldati di Victor si ritirarono, sempre fronteggiando le truppe di Wittgenstein che inizialmente avevano anche fatto indietreggiare. I ritardatari e i civili erano ancora sulla riva sinistra, e si accalcarono tutti all’imboccatura dei due ponti.
I russi iniziarono a far fuoco sulla folla, su uomini, donne e bambini. Inoltre, ad aggravare la già drammatica situazione, nel pomeriggio il ponte dell’artiglieria crollò; intanto, sulla riva sinistra, la divisione Partouneaux stava per capitolare. La sera del 28 novembre c’erano ancora sulla riva sinistra 12 mila ritardatari, tra civili e militari. I soldati passati sulla riva destra si erano battuti per tutto il giorno e il combattimento era cessato solo con l’arrivo della notte, quando i russi si erano ritirati e i francesi avevano potuto stabilire i loro bivacchi presso il villaggio dove si trovava il quartier generale.


cosacchi attaccano cavlleria francese, La disfatta della Grande ArméeCosacchi attaccano la cavalleria francese


Il 29 novembre i ponti vennero bruciati; molti restarono dall’altra parte del fiume, dove stavano per sopraggiungere gli squadroni dei cosacchi. Alcuni tentarono ancora disperatamente di attraversare la Beresina sui ponti in fiamme; gli altri attesero i cosacchi con le braccia alzate. Quando arrivarono, questi si precipitarono subito sugli oggetti di valore, quel che restava del bottino trafugato a Mosca.
Tra i combattenti francesi, durante i tre giorni di operazioni, vi furono  da 20 a 30 mila perdite, oltre ad altri 30 mila morti tra i non combattenti. I russi ebbero perdite inferiori, ma comunque assaigravi: 10 mila morti e un numero ancor maggiore di feriti.
L’armata riprese la marcia diretta a Vilna (a 250 chilometri), per poi superare il Niemen presso Kovno. Una volta in Lituania, i soldati si sarebbero potuti riposare per qualche giorno; molti fra loro morirono tra la Beresina e Vilna. A intervalli regolari erano attaccati dai cosacchi e solo la Guardia riusciva ancora a opporvi resistenza.
Il 3 dicembre, i componenti del comando supremo raggiunsero Molodečno, dove Napoleone, oltre a impartire gli ultimi ordini della campagna, per bloccare le notizie della disintegrazione dell’esercito, decise di rendere nota la tragedia della Grande Armée, con un resoconto su ciò che era successo nell’ultimo mese sul 29° Bulletin. Egli, però, si limitò a parlare della «spaventosa calamità» che aveva logorato l’armata, senza dare notizie concrete sui morti e sui feriti. Napoleone, infatti, attribuì la responsabilità del negativo esito della campagna alle condizioni climatiche, ma si trattava di una palese forzatura della realtà. Inoltre, sebbene nel bollettino venisse rivelato molto riguardo alla situazione dell’esercito, il tono era pur sempre assai cauto.
Quando i francesi lessero il Bulletin, Napoleone aveva già lasciato l’armata; il 5 dicembre era partito per Parigi (dove sarebbe giunto il 18 dicembre). Nella capitale voleva arruolare 300 mila soldati per poter sostenere una seconda campagna, oltre a evitare possibili cospirazioni alle sue spalle. La notizia della partenza dell’imperatore doveva essere tenuta segreta per diversi giorni; il comando venne affidato, non senza malumori, a Murat, poiché molti sostenevano che sarebbe stato meglio attribuirlo al principe Eugenio.
A Ošmjany, a 80 chilometri da Vilna, 12 mila uomini, guidati dal generale Loison, raggiunsero l’armata per proteggerne la ritirata; 8 mila di questi morirono subito per il freddo, poiché anche se erano in forze non vi erano abituati, contrariamente ai reduci, che erano il risultato di una dura selezione fatta dal freddo e dalla fame.
Il 9 dicembre, i sopravvissuti della Grande Armée raggiunsero finalmente Vilna. Tutti cercavano un luogo dove riposarsi, ma erano guardati con repulsione dalla popolazione. A Murat venne dato l’ordine di stabilirsi nella città almeno per otto giorni, ma egli si rifiutò e proseguì, mentre 10 mila uomini continuavano a cercare viveri e un luogo dove ripararsi dal freddo. I magazzini dell’amministrazione dell’armata erano assediati e gli abitanti terrorizzati; i soldati presero a saccheggiare tutto ciò che potevano.
Alla sera, però, risuonò il rombo dei cannoni. Gli uomini della divisione Loison stavano combattendo contro i cosacchi. I soldati vennero cacciati dalle case in cui erano stati ospitati, e il 10 dicembre, tra le 3 e le 5 del mattino, l’armata lasciò la città. Alcuni, stremati dalla ritirata, preferirono farsi prendere prigionieri. Quando fu giorno, gli uomini che marciavano videro che la strada davanti a loro era completamente ghiacciata e andava dritta verso una salita molto ripida, fra le alture che circondavano Vilna. Impossibile che i veicoli riuscissero ad avanzare. Fra i convogli, vi erano quelli che contenevano il tesoro dell’armata e molti altri oggetti preziosi; il saccheggio iniziò. Nel frattempo la retroguardia combatteva contro i cosacchi.
Il 13 dicembre l’armata raggiunse Kovno, sul Niemen. Anche qui, i magazzini della città vennero saccheggiati. Intanto Murat riunì un consiglio di guerra nel corso del quale criticò aspramente Napoleone. Scrisse poi all’imperatore che non voleva più avere il comando dell’armata e che volentieri lo cedeva a Eugenio; si preparò dunque a riparare nei suoi Stati. Fu Ney che con i soldati della divisione Loison difese Kovno per lasciare ai superstiti il tempo di attraversare il Niemen.
Di tutti i soldati che avevano attraversato, all’andata, il fiume ne tornavano solo 10 o 20 mila, forse 25 mila, almeno per quel che riguarda il corpo centrale. Insomma, la Grande Armée, di fatto, non esisteva più, ma Napoleone era già all’opera, in Francia, per reclutare altri 300 mila uomini.

L. Sansone

 

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