La Polonia, Napoleone e i soldati

Rapp pulsante

La Polonia, Napoleone e i soldati

Nel 1806 dopo avere sconfitto la Prussia, occupato la sua capitale e i suoi possedimenti tedeschi, Napoleone si vedeva costretto a continuare le operazioni nelle regioni orientali e in Polonia. I Polacchi accolsero bene l’Imperatore e l’intervento francese contro la Prussia e la Russia. Vedevano infatti la possibilità di riottenere quell’indipendenza e quell’unità nazionale di cui avevano goduto per secoli ed era stata dissolta con la spartizione del Regno di Polonia da parte della Russia, della Prussia e dell’Austria un decennio prima. Con la costituzione del Granducato di Varsavia a seguito della pace di Tilsit si andrà a formare uno stato polacco, formalmente alle dipendenze del Regno di Sassonia, ma nella pratica, Stato-satellite dell’Impero francese. La Polonia si rivelerà essere uno degli alleati più fedeli di Napoleone, fornendo una gran quantità di uomini alla Grande Armèe fino allo scioglimento del Ducato nel Congresso di Vienna. Ma i lancieri polacchi serviranno, ancora una volta, agli ordini dell’Imperatore nella sua ultima battaglia, a Waterloo nel 1815.
Nel passo che di seguito riportiamo, Jean Rapp ci racconta una serie di aneddoti sull’arrivo delle divisioni in Polonia, di come sono ben accolte dalla popolazione e delle lamentele dei soldati per la rigidità del clima e la mancanza di vettovagliamenti. Il generale ci fornisce anche uno spaccato dei rapporti che Napoleone teneva con i suoi soldati, a cui bastava rivolgere una parola per scaldare gli animi e far dimenticare fatiche e privazioni. Dopo un proclama del loro imperatore l’Armata era pronta a combattere, per dirla con le parole di Rapp: “non si pensava più che a vincere, e dileguata era ogni sinistra prevenzione”.


La Polonia, Napoleone e i soldatiNapoleone e la costituzione del Ducato di Varsavia


Finalmente noi arrivammo nella capitale della Polonia: il re di Napoli ci aveva preceduti, e vi aveva scacciati i Russi. Napoleone fu accolto con entusiasmo, poiché quella nazione credeva d’aver raggiunto l’istante in cui stava per risorgere, ed era al colmo de’ suoi voti. Ella è cosa difficile il poter dipingere la gioia de’ Polacchi e il rispetto che ci portavano; ma i nostri soldati non erano egualmente contenti, poiché palesavano una forte ripugnanza a valicare la Vistola, ché la miseria, l’inverno, le intemperie avevano loro inspirato una grandissima avversione per questo paese; per cui erano continui i motteggi lanciati contro quella nazione, né gli epigrammi venivano mai meno; ciò nonostante mostrarono lo stesso valore nel battere i Russi nelle paludi di Nasielsk, a Golymin, a Pultuslt, e in appresso a Eylan. Ad una rassegna, in cui i Polacchi si accalcavano intorno alle nostre truppe, un soldato si mise a cospettare altamente contro il paese ed il cattivo tempo. «Avete molto torto» gli disse una signorina «di non amare il nostro paese, poiché noi vi amiamo moltissimo». «Voi siete molto amabile» gli rispose il soldato «ma se volete che io presti fede alle vostre parole, imbandite un buon pranzo per me e pel mio camerata».  I genitori della ragazza condussero seco loro di fatto i due soldati, e li tennero a banchetto. Era principalmente ai teatri che la truppa si dava del giuoco. Una sera che il sipario indugiava ad alzarsi, un granatiere, non potendo più sopportare quel ritardo, si pose a gridare dal fondo della platea: «Suvvia, date principio, signori Polacchi; date principio, altrimenti io non passo la Vistola». Il signor di Talleyrand s’impelagò insieme con la sua carrozza a qualche distanza di Varsavia, e rimase per dodici ore in quello stato senza potersene cavare. I soldati, d’assai cattivo umore, chiesero che cosa fosse. «È il ministro degli affari esteri che si trova in mezzo al fango, rispose qualcheduno del suo seguito». «Che diavolo viene a fare la diplomazia in un paese di tal natura?»
Quattro parole costituivano per essi tutta la lingua polacca: Kleba? niema; vota? sara: del pane? non ve n’è; dell’acqua? ve la portiamo subito: ecco tutta la Polonia. Napoleone attraversava un giorno una colonna di fanteria nei dintorni di Nasielsk, ove la truppa provava delle grandi privazioni a motivo del fango che impediva gli arrivi: «Papa, kleba?» gli grida un soldato, «Niema», risponde l’Imperatore. Tutta la colonna diede in uno scoppio di risa. Alcuno chiese più nulla. Io riferisco questi aneddoti poiché dimostrano quale spirito animava i nostri soldati. Questi rispettabili veterani meritavano maggior riconoscenza di quella che ottennero. Napoleone divertivasi con que’ motteggi, e rideva quando gli si parlava dell’avversione dell’esercito a valicare la Vistola. Alcuni generali pronosticavano male della sua morale situazione, e si rammaricavano di scorgere il dispetto succedere all’entusiasmo. «Avete loro parlato del nemico? Son essi privi di ardore quando lo scorgono? Questa gente, mi disse egli poi, non sono fatte per apprezzare le mie truppe: non sanno ch’esse fremono quando si parla di Russi e di vittoria: io sto per destarli».
Chiamò un segretario, e gli dettò il seguente proclama: “Soldati! Compie oggi appunto un anno, a questa stessa ora, che voi eravate sul campo memorabile di Austerlitz: i battaglioni russi, spaventati, fuggivano in disordine, o, circondati, rendevano le armi a’ loro vincitori. Il domani fecero udire parole di pace, ma esse erano piene d’inganno: appena sfuggiti, per effetto di una generosità forse biasimevole, ai disastri della terza coalizzazione, ne hanno ordita una quarta; ma l’alleato sulla cui tattica fondavano la loro principale speranza, non è più: le sue fortezze, la sua capitale, i suoi magazzini, i suoi arsenali, duecento ottanta bandiere, settecento cannoni, cinque grandi città fortificate, sono in nostro potere. L’Oder, la Wartha, i deserti della Polonia, le intemperie non hanno potuto arrestarvi un solo istante: voi avete sfidato ogni cosa, sormontato ogni ostacolo; al nostro approssimarsi tutto si volse fuga. Invano i Russi vollero difendere la capitale di questa antica ed illustre Polonia, l’aquila francese librarsi sopra la Vistola, il prode e sventurato Polacco nel vedervi, crede rivedere le legioni di Sobieski di ritorno dalla loro memorabile spedizione. Soldali! Noi non deporremo le armi se non quando la pace generale abbia consolidata e assicurata la possanza de’ nostri alleati, restituito al nostro commercio la sua libertà e le sue colonie. Sull’Elba e sull’Oder noi abbiamo conquistato Pondichery, i nostri possedimenti nelle Indie, il Capo di Buona Speranza e le colonie spagnuole. Chi darà il diritto ai Russi di bilanciare i destini? chi darà loro il diritto di distruggere si giusti divisamenti? Essi e noi non siamo più i soldati di Austerlilz?”.
Era l’anniversario dell’incoronazione: le truppe furono schierate sulla piazza di Saxe, intanto che i Russi occupavano il sobborgo di Praga. Queste circostanze, queste memorie, questo avvenire di gloria furono accolte con prolungate acclamazioni: non si pensava più che a vincere, e dileguata era ogni sinistra prevenzione.

Memorie del generale Rapp, ajutante di campo di Napoleone,
scritte da lui medesimo, volgarizzate da F. Sala,
Tipografia e libreria Pirotta e C., Milano 1840

 

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