La presa di un ponte vale quanto una vittoria

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La presa di un ponte vale quanto una vittoria

A seguito della presa della città di Ulm e della sconfitta dell’armata del generale Mack nell’ottobre del 1805, i francesi avevano la via libera per occupare Vienna; con gli austriaci in ritirata restavano ancora da sconfiggere i russi, prima di poter porre fine alla campagna della Terza Coalizione. Data l’importanza della celerità negli spostamenti per i piani di Napoleone diventava fondamentale l’impossessarsi dei ponti sul Danubio, ancora in mani austriache, prima che fossero distrutti. Nel seguente passo il generale Rapp ci racconta la presa del ponte di Thabor nei pressi di Vienna. Con astuzia e coraggio i generali francesi riuscirono a convincere il comandante austriaco che fosse stato siglato un armistizio, che la guerra fosse finita. Mentre le attenzioni erano concentrate sui generali, le divisioni francesi riuscirono a passare il ponte senza che gli avversari avessero il tempo di farlo saltare. Grazie all’inganno e alla prontezza di spirito si era ottenuta una grande vittoria strategica: questo ponte permetterà a Napoleone di fare affluire i suoi corpi d’armata verso la Moravia, dove sarà combattuta la decisiva battaglia di Austerlitz.


La presa di un ponte vale quanto una vittoriaIl ponte Thabor


L’Austria radunava nuove forze, la Prussia toglievasi la maschera, la Russia si presentava sul campo di battaglia con tutte le forze di queste due Potenze. L’occupazione de’ ponti era da considerarsi una vittoria; non era che per mezzo di una sorpresa che si potesse ottenere; perciò prendemmo le nostre misure. Fu proibito alle truppe, poste a scaglioni sulla strada, di fare la più piccola dimostrazione che potesse svegliare l’allarme, né si permise ad alcuno di entrare in Vienna. Quando fu ben osservato, ben ponderato, il granduca [Gioacchino Murat, Granduca di Berg. NdR] prese possesso di quella capitale, e ordinò a Lanusses e Bertrand di fare senza indugio una ricognizione sul fiume: que’ due officiali, scortati dal 10° degli ussari, trovarono alle porte del sobborgo un posto di cavalleria austriaca. Da tre giorni eravamo una specie di armistizio, ed essi s’accostarono al comandante, si pongono a discorrere con lui, lo seguono dappertutto, né lo abbandonano un solo istante. Giunti sulla riva del fiume, essi continuano a seguirlo sebbene egli vi si opponga; l’austriaco s’adira, i Francesi chiedono di parlare al generale che comanda le truppe accampati sulla riva sinistra, egli vi acconsente ma non permette che i nostri ussari li accompagnino, perciò il 10° ussari è costretto a fermarsi. Intanto arrivano le truppe guidate dal granduca e dal maresciallo Lannes. Il ponte era ancora nel suo stato, ma le guide stavano al loro posto, i cannonieri tenevano lesta la miccia, e il più piccolo indizio che avesse svelato il progetto di passare a forza il ponte, avrebbe sventata l’impresa. I due marescialli scesero da cavallo, la colonna si fermò, e non vi ebbe che un piccolo distaccamento, che si recò sul ponte e vi si trattenne. Il generale Belliard avanzossi passeggiando colle mani dietro al dorso in mezzo allo stato maggiore. Lannes, insieme con qualch’altro, lo raggiunse; e così chiacchierando tra loro, ora s’avanzavano, ora retrocedevano, finché giunsero fino al centro degli Austriaci. L’ufficiale del posto dapprima non voleva riceverli, ma terminò col cedere, e tosto si cominciò tra loro a discorrere. Gli fu ripetuto ciò che aveva già detto il generale Bertrand, che i trattati progredivano, che la guerra era finita, che non si combatteva più, che non si spargerebbe più sangue. «A qual fine» gli disse il maresciallo «tenete ancora i vostri cannoni sovra noi appuntati? Non si è guerreggiato abbastanza? Volete voi attaccarci, prolungare de’ mali che a voi più che a noi devono pesare? Suvvia; non più provocamenti: rivolgete altrove quelle bocche di fuoco».
Per metà sedotto, per metà convinto, il comandante accondiscese, laonde l’artiglieria fu drizzata sulle truppe austriache, e le armi furono collocate in fascio. Durante questo abboccamento, lo squadrone di vanguardia avanzavasi lentamente, ma in ultimo avanzava appostando zappatori, cannonieri, che gettavano entro il fiume le materie combustibili, spargevano dell’acqua sulle polveri, tagliandone i condotti infiammabili. Il Tedesco, pochissimo famigliare al nostro linguaggio, perché potesse molto interessarsi alla conversazione, ed accorgendosi che la truppa guadagnava terreno, sforzavasi di far capire che ciò non andava bene, e che egli non lo avrebbe tollerato. Il maresciallo Lannes, il generale Belliard cercarono di rassicurarlo: gli dissero che il freddo era forte, che i nostri soldati affrettavano il passo, che cercavano di scaldarsi col mettersi in moto. Ma la colonna s’avvicinava sempre di più, ed era già a tre quarti del ponte, per cui l’Austriaco, non potendo più sopportare un tal fatto, comandò il fuoco. Tutta la truppa corse a riprendere le armi, i cannonieri apparecchiarono i loro cannoni, la nostra posizione diveniva terribile: un po’meno di coraggio e il ponte sarebbe saltato in aria, i nostri soldati gettati nell’acqua, e reso nulla l’esito della campagna. Ma gli Austriaci avevano a fare con tali che non si lasciavano confondere così facilmente. Il maresciallo Lannes li prende da un lato, il generale Belliard dall’altro: essi li scuotono, li minacciano, gridano, e colle loro voci cercano che non sia ascoltato. In questo intervallo giunge il principe di Hogsberg col generale Bertrand: un ufficiale corre ad avvertire il granduca dello stato delle cose, e nel passaggio trasmette l’ordine alle truppe di studiare il passo, e di presto accorrere. Il maresciallo si presenta al principe, si lagna del comandante del posto, chiede che ne sia sostituito un altro, che sia punito, allontanato dalla retroguardia, in cui può guastare le trattative: Hogsberg dà nell’inganno: egli esamina, approvva, contraddice, e perdersi in vani discorsi. Le nostre truppe approfittano del tempo, arrivano, sboccano, e il ponte è preso.

Memorie del generale Rapp, ajutante di campo di Napoleone,
scritte da lui medesimo, volgarizzate da F. Sala,
Tipografia e libreria Pirotta e C., Milano 1840

 

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