Liberali e protestanti nella Lucca dei Borbone

Liberali e protestanti nella Lucca dei Borbone

Gli storici descrivono Carlo Lodovico di Borbone-Parma come un conservatore, incline però ad accogliere nel suo ducato esuli provenienti da altri Stati della penisola, fra i quali Luigi Carlo Farini, liberale, che fondò il giornale Il Risveglio, su cui scrissero anche padre Prosperi e il professor Carlo Pagano Paganini, amico del Prosperi.


Luigi Carlo Farini


In un testo pubblicato nel 2005, dove vengono trattate le vicende finanziarie del duca, ho potuto ricavare elementi che ritengo importanti per inquadrare il periodo e il contesto. Scrive l’autrice, Alessandra Nannini:

«A mio avviso, il duca era un personaggio contraddittorio ma non così superficiale, nevrotico, inetto ed addirittura anormale, come molti lo hanno dipinto […] Diverse lettere da lui scritte e conservate presso l’Archivio dell’Ordine Costantiniano, a Parma, ne sono la prova: in alcune, il sovrano fa capire di detestare Lucca, i lucchesi ed il loro modo di vivere […] se il Duca era insofferente alle lotte tra i ministri e agli intrighi di corte, tanto da pensare di ritirarsi al più presto dalla vita pubblica, continuava, però ad avvertire molto intensamente il senso del dovere dinastico ed i suoi imperativi di sovrano. Tali esigenze si scontravano in lui con le simpatie per il protestantesimo, sebbene questa concezione potesse essere sinonimo di liberalismo, di sovvertimento dell’ordine, di attacco al potere temporale dei papi, ed addirittura di sottofondo religioso dei piani di unificazione italiana».

La Lucca del tempo, anche grazie alla singolarità del duca, divenne oggetto di osservazione dall’esterno per la presenza di gruppi protestanti sul territorio, ben accolti o comunque tollerati dal sovrano.
In proposito padre Prosperi ci ha lasciato un fugace accenno sui protestanti che testimonia, a mio avviso, quanto le idee del nostro potessero rappresentare un ostacolo per quella parte della collettività lucchese chiusa dentro le mura di un cattolicesimo intransigente.
Egli scrisse in sua difesa, contro l’attacco subito dal giornale cattolico L’Ingenuo di Livorno, nel 1862, quindi molti anni dopo la fine del ducato:

«I lucchesi dalla natura hanno avuto per dote di esser cattolici per eccellenza [questo il pensiero espresso dal giornalista lucchese, suo denigratore sul giornale livornese].
Fortunati lucchesi , se così è, è inutile che d’ora innanzi si battezzino! Questi son privilegi!
».

E continuò, rincarando la dose ed esprimendo in modo esplicito il suo pensiero sulla chiusura mentale di buona parte della cittadinanza lucchese dell’epoca verso il mondo protestante:

«Che non sia conciliabile l’abitare nel medesimo tetto protestanti con cattolici – ci direbbe L’Ingenuo – dove l’ha attinta il suo corrispondente questa notizia?
Eppure la Chiesa, nostra maestra, ha trovato il modo di conciliare perfino col matrimonio i cattolici coi protestanti; e questi matrimoni con nome speciale misti si appellano; e però mi par cosa strana che un tetto sia men con quelli che ci stan sotto, di un matrimonio; e la ragione è perché mi pare che la relazione che passa fra il tetto e l’inquilino sia minore di quella che passa fra marito e moglie – che mi dite,
Ingenuo?».

L’ironia di padre Prosperi è piuttosto sostenuta, e certamente la comunità lucchese più refrattaria ai cambiamenti non dovette apprezzarla oltre misura. Proseguì il nostro:

«Ma facciamo l’ipotesi che una cinquantina di protestanti vengano a Lucca e si facciano inquilini in cinquanta casamenti distinti.
Ciascuno prende un piano, per esempio il secondo, ora se non è conciliabile l’abitare sotto lo stesso tetto protestanti e cattolici, due o trecento famiglie che abitavano già gli altri piani saran costrette a far lo sgombero, e dove andranno a ricoverarsi?
Eh, non c’è altro…sotto gli alberi delle mura! …Si posson trovare cose più nuove di queste per accrescere il numero degli associati?
».

Frasi come queste non potevano non essere oggetto di attenzioni particolari.
Sappiamo che la polemica contro la comunità protestante lucchese continuò a anche dopo la fine del ducato (Prosperi scrive infatti queste frasi nel 1862), ed egli non si risparmiò nel dare il suo contributo in difesa, per quanto possiamo capire, di un confronto costruttivo tra cattolici e protestanti.
Tale atteggiamento pare rientrare in una più generale apertura mentale del nostro rispetto a certa morale comune del tempo.
Questo deve far riflettere, suppongo, sulle difficoltà di convivenza politica che un uomo dell’epoca, e per di più un religioso, poteva trovarsi a fronteggiare. Del resto i personaggi singolari, soprattutto in epoche non inclini a sostenere posizioni ideologiche differenziate, hanno sempre dovuto supplire alle difficoltà con una forte personalità, si trattasse di sovrani, di religiosi o di semplici sudditi.
Aveva nutrito padre Prosperi – questa la domanda iniziale – particolare stima per il proprio sovrano?
Luigi Venturini sul versante politico scrisse che «del suo [di padre Prosperi] piccolo governo di Lucca [il religioso] ha brevi parole di parca devozione [nel testo sulla Corsica] e che del resto d’Italia non parla affatto».
Padre Prosperi accennò nelle lettere dalla Corsica al duca Carlo Lodovico di Borbone, che gli dette l’incarico della trasferta missionaria corsa, di concerto col capo della polizia Vincenti, senza ulteriormente precisare le dinamiche più recondite della vicenda, pur tuttavia lasciando trapelare la sua devozione ed il rispetto per l’incarico ricevuto dal suo principe.
Nel 1847 egli ottenne la rettoria di Sant’Anna solo grazie alla magnanimità di Mons. Paolo Bertolozzi, in quel momento vicario arcivescovile, rosminiano, e del duca, che non ascoltarono le voci che si levarono contro padre Prosperi, perché da taluni considerato un prete rivoluzionario.
Evidentemente il duca, lui stesso vicino agli ambienti protestanti, non aveva preconcetti verso un Prosperi rosminiano e non in sintonia con l’immagine del sacerdote per antonomasia.
È legittimo pensare che lo stesso Mons. Bertolozzi fosse in buoni rapporti col duca: non particolarmente vicino in ogni caso a Leopoldo II, tant’è vero che egli non ottenne la nomina arcivescovile a Lucca proprio perché non favorevole alla legislazione ecclesiastica leopoldina, introdotta dopo la fine del ducato.

Elena Pierotti

Fonti e bibliografia
Archivio di Stato di Lucca, Dono Pasquinelli, Miscellanea 317, rif.18.
Alessandra Nannini, La Quadreria di Carlo Lodovico di Borbone duca di Lucca, Lucca, Maria Pacini Fazzi, 2005.
Giuliano Lucarelli, Lo sconcertante duca di Lucca Carlo Lodovico di Borbone Parma, Maria Pacini Fazzi, 1988.
Luigi Venturini, Di Gioacchino Prosperi prete lucchese e del suo libro sulla Corsica, Ist. Edit. Scient. Tyrrehenia, 1926.

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