V – Napoleone a Mosca

V – Napoleone a Mosca

Il 14 settembre, Gioacchino Murat entrava a Mosca prima dell’alba, dietro all’armata russa che stava abbandonando la città. La sua avanguardia e quella di altri reggimenti seguirono i russi verso nord, mentre il resto dell’armata si stabilì nei quartieri di Mosca o bivaccò fuori dalla città.
Napoleone entrò nella capitale religiosa russa il 15 settembre. La città era vuota, ma non completamente, sebbene fosse stato ingiunto a tutti gli abitanti di nazionalità russa di andarsene. Tale ordine era stato impartito dopo un combattimento, arriso ai francesi, nei pressi di Mojaisk, a 70 chilometri da Mosca, il 9 settembre.
Lo zar era partito per Pietroburgo, annunciando che restava a Mosca sarebbe stato considerato un traditore. Gli stranieri, però, erano obbligati a rimanere (si trattava perlopiù di francesi e tedeschi). Non se ne andarono neppure alcuni ricchi proprietari, che non volevano saperne di abbandonare le proprie dimore.


Napoleone a MoscaNapoleone abbandona Mosca


Napoleone era convinto che presto avrebbe ricevuto una proposta di pace. Invece, il conte Fëdor Vasil’evič Rostopcin, allora governatore civile di Mosca, aveva dato l’ordine di liberare gli ergastolani e di far loro incendiare la città, i cui palazzi erano quasi esclusivamente di legno. In cambio di ciò, avrebbero potuto saccheggiarla liberamente prima che prendesse completamente fuoco. Nella notte tra il 14 e il 15 si ebbero numerosi e cruenti combattimenti tra i militari e gli incendiari. E, a dire il vero, pure i soldati non mancarono di saccheggiare abitazioni e botteghe.
Entrato a Mosca, Napoleone si diresse verso il Cremlino, costruito su un promontorio, dove si stabilì nell’appartamento dello zar. Era deciso a svernare nella città, per poi sconfiggere il nemico in primavera.
Il 15 settembre, alla sera, nuovi incendi scoppiarono nella parte settentrionale della città; il vento del nord spingeva le fiamme verso il centro. Il 16 settembre l’incendio era ormai divampato dappertutto. Alcuni incendiari vennero fucilati e poi impiccati, esposti come monito. Intanto, le fiamme arrivarono anche alle case intorno al Cremlino. Napoleone fu dunque costretto ad andarsene, e a trasferirsi nell’antica residenza di Caterina II. Molte case crollarono; ancora nella notte tra il 16 e il 17, gruppi di saccheggiatori continuavano a vagare per la città. Alcuni vennero circondati dalle fiamme, altri riuscirono a raggiungere i quartieri ancora in piedi. Pioveva forte, ma non abbastanza da spegnere l’incendio. Gli ufficiali avevano ormai rinunciato ad impartire ordini ai soldati, e avevano occupato palazzi e case signorili. Inoltre, l’incendio aveva provocato un forte allentamento nella disciplina francese.
Napoleone, pertanto, preparò un nuovo progetto: marciare su Pietroburgo; ma i capi dell’armata si opposero accanitamente, e l’imperatore dovette suo malgrado desistere.
Il 18 settembre riprese la strada per il Cremlino; solo la parte settentrionale della città era ancora intatta. Il 19 il tempo era sereno, e Napoleone effettuò la prima visita, desideroso di lasciare Mosca prima del sopraggiungere dell’inverno; ma il giorno seguente iniziò nuovamente a piovere. Intanto continuavano senza sosta i saccheggi, e gli incendiari davano ancora fuoco a molti palazzi. Nel frattempo, le truppe stanziate attorno a Mosca erano prive di provviste e sopravvivevano a stento con il poco che veniva inviato loro dalla città (e con i cavalli, che i soldati, in assenza d’altro, erano costretti a mangiare per non morire).


Incendio di MoscaL’incendio di Mosca


Il 20 settembre, Napoleone scrisse una lettera allo zar in cui si dimostrava anche pronto ad una pace di compromesso, pur di porre fine alla guerra. Ma Alessandro non rispose.
Il 5 ottobre fu inviata una delegazione da Mosca per raggiungere accordi con Kutuzov e con lo zar, ma il tentativo fallì, e non ottenne nessun risultato nemmeno la seconda delegazione, inviata il 14 ottobre.
Intanto, nell’eventualità di svernare a Mosca, tutti avevano iniziato la ricerca delle provviste e si ebbero, ancora, numerosi casi di saccheggio. Contemporaneamente, l’avanguardia che inseguiva la retroguardia russa in ritirata marciava faticosamente nell’immensa pianura, perdendo le tracce del nemico. Inoltre, ogni giorno, i cosacchi li incalzavano con azioni rapide, provocando numerose perdite e poi dandosi alla fuga. Il 5 ottobre, dopo che il giorno precedente un attacco dei cosacchi aveva causato più vittime del solito, l’avanguardia si era stabilita presso il villaggio di Taterinka, dove per due settimane i soldati furono tormentati dal freddo e dalla fame.
Inoltre, a Mosca, alla fine di settembre, aveva iniziato a nevischiare. Napoleone, però, non aveva voluto ancora andarsene, nella speranza che Alessandro accettasse le proposte di pace. Poiché lo zar non era assolutamente intenzionato a trattare (al punto che, dopo aver respinto la seconda delegazione francese il 14 ottobre, aveva proibito formalmente ai suoi generale di avere contatti con il quartiere generale avversario), Napoleone decise che era giunto il momento di mettersi in marcia verso i quartieri d’inverno. Si doveva puntare su Smolensk, passando per Kaluga, dove ci si sarebbe sbarazzati definitivamente di Kutuzov, e proseguendo per una strada a sud di quella di Vitebsk, non quella fatta all’andata. Il 15 ottobre iniziarono a partire per Smolensk i convogli di feriti e ammalati. Napoleone non aveva intenzione di ripetere l’errore di Carlo XII battuto a Poltava, e voleva raccogliere l’armata nei quartieri d’inverno in Lituania e in Polonia.
Il 18 ottobre venne riferito a Napoleone che l’avanguardia era stata attaccata dai russi mentre si trovava al campo di Taterinka. L’imperatore, non rendendosi conto delle  condizioni in cui versavano le sue truppe, accusò Murat e Sebastiani di essersi lasciati sorprendere; era un giudizio ingiusto, dal momento che fu invece proprio l’abilità di Murat ad impedire che l’avanguardia venisse sopraffatta.
I francesi riuscirono a ritirarsi in direzione di Mosca, ma le perdite subite erano ingenti: dai 3 ai 4 mila uomini erano fuori combattimento. Napoleone, per riscattarsi dalla sconfitta, decise di iniziare la marcia su Kaluga il giorno successivo. Non si poteva più indugiare; egli era deciso a vendicare la sconfitta di Murat e a chiarire che la sua ritirata non era dovuta a quella disfatta.
La notizia della sconfitta dell’avanguardia, però, sconvolse tutti, anche perché era la prima volta che i russi attaccavano. La notizia della partenza mise in agitazione l’intera città e i graduati iniziarono a cercare con difficoltà di radunare i soldati; quasi tutti volevano portarsi dietro il bottino frutto dei saccheggi. Molti degli stranieri che, rimasti a Mosca, avevano instaurato buoni rapporti con gli invasori, decisero di partire con l’armata.
Il 19 tutti ormai erano pronti a lasciare Mosca. I reggimenti si erano messi in marcia molto presto, ma erano riusciti a uscire dalla città solo alla sera. Napoleone cavalcava al centro della sua Guardia schierata. C’erano numerose vetture che portavano provviste e tesori saccheggiati, ufficiali e civili, uomini e donne, con i loro bagagli. Prima di partire, l’imperatore aveva impartito alcuni ordini: Edouard Mortier avrebbe fatto esplodere il Cremlino quando l’ultima guarnigione avesse lasciato Mosca; Murat avrebbe raggiunto l’armata e sarebbe andato in avanguardia; ogni veicolo avrebbe trasportato due feriti in caso di necessità; le vetture avrebbero dovuto essere numerate. Ciò era però impossibile, dato che il numero delle vetture ammontava a circa 40 mila.
Come scrive Georges Blond, «di fatto, la ritirata di Russia, che passerà alla storia, comincia con il più grande trasloco della storia».

L. Sansone

 

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